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Pirla chi (non) legge

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“Qual è la cosa che ti piace di più. La cosa che, potendo, non smetteresti mai di fare?”.

Sottopongo spesso le persone che si affidano alle mie cure a questo piccolo test la prima volta che le incontro. Una domanda che, ovviamente, non ha alcun intento diagnostico (e non lo vuole avere), ma le cui risposte, come potete intuire, possono essere foriere di tante interessanti riflessioni.

Ci sono, ad esempio, coloro che non sanno che dire perché nulla li entusiasma, o quelli che non sanno che dire perché, al contrario, troppe cose li appassionano e faticano a scegliere. Ci sono poi le risposte che sottolineano le tendenze di un’epoca. Quelle che, invece, caratterizzano l'età dell’interrogato e quelle che ne divergono proiettandolo in un altrove anagrafico. Oppure ci sono le risposte bizzarre, che meritano una loro considerazione a se stante per la loro irrilevanza statistica… Insomma, ogni restituzione abbozza un mondo (quello del curato) e stimola il flusso di un disegno a me fondamentale per poterli al meglio aiutare.

Nel corso degli anni ho potuto così stilare una piccola classifica misurando le corrispondenze tra queste tendenze e la capacità del soggetto di rendere efficaci gli stimoli terapeutici, abbassando le resistenze e favorendo il cambiamento.

Stravince, tra tutte le possibili risposte, quella di coloro che hanno un rapporto di autentico godimento e profonda interazione con l’arte, disposizione che però riguarda un numero davvero esiguo di persone; mentre risulta statisticamente più rilevante e non meno efficace chi matura questo rapporto con una particolare porzione del grande contenitore “Arte”, ovvero quella della narrativa.

Uscire dalla relazione prettamente estetica, storico-critica o contemplativa con l’arte, per acquisirne i profondi benefici esistenziali cui rimanda, è -infatti- passaggio assai complesso, cui difficilmente si giunge senza il supporto di un percorso specifico. La narrativa, invece, per sua naturale caratteristica, trascina più facilmente il lettore in quegli stessi anfratti in cui l’arte dispone i suoi intrugli medicamentosi.

Non che i non-lettori siano destinati a fallire nella relazione terapeutica, per carità (i nostri interventi hanno una media di successo attorno all’87% lettori o non lettori che siano) ma, senz'altro, questa mia piccola personale indagine, racconta che i lettori hanno diverse chances in più per uscire vittoriosi dal loro malessere o, comunque, per uscirne più in fretta.

Per chi ha potuto riflettere sui significati profondi della narrativa non sarà certo una sorpresa. Già Umberto Eco marcava la profonda differenza tra “un lettore” è “Il Lettore”: il primo consuma le pagina per passatempo, il secondo si porta per sempre incise nella schiena le pugnalate inflettigli dal Bruto shakespeariano -figurarsi il non lettore.
impara un metodo di studio efficace
Questi segni che la narrazione sa lasciare nel Lettore con la “L” maiuscola (colui che partecipa attivamente ai drammi e alle gioie della trama, tanto da con-fondersi in essa), costituiscono una vera e propria mitobiografia: un surplus di esistenza e di esistenze pseudovirtuali che si aggiungono alla vita, per così dire, «reale» e ne espandono le esperienze emotive, visive, mnemoniche, oltre i limitati spazi del corpo fisico.

Leggere, in questo senso, non è dunque solo un piacere dei sensi, un piacere estetico, ma la possibilità profonda di evadere la nostra esistenza oltre i confini dello spazio e del tempo, del possibile e del reale. Grazie alla lettura posso naufragare su un’isola deserta e imparare, come Robinson Crusoe, a gestire le fatiche della sopravvivenza; posso attraversare le galassie a bordo dell’Arkadia di Isac Asimov, perdere la vita in un carcere del Kansas insieme al Perry Edward Smith di Truman Capote, o con l’Achille di Omero nella guerra di Troia.

Questo surplus di vita, che la “vita reale” non sarà mai in grado di restituire, costituisce (come immagino sia facilmente comprensibile) un patrimonio inestimabile di opportunità strategiche, di capacità risolutive, di alternative efficaci, tanto più valide in quelle situazioni in cui, per diversi motivi, incontriamo un ostacolo, inciampiamo, finiamo in una delle tante possibili buche che la vita ci riserva e, allora, da lì, dobbiamo ingegnarci per costruire un qualche tipo di scala che ci permetta di tornare in superficie o, come nel caso della terapia, dobbiamo sfruttare adeguatamente le scale che il terapista costruisce per noi, affinché si possa tornare a riprendere il cammino del benessere.

Come molti studi hanno testimoniato, leggere non è semplicemente un’attività che stimola la nostra immaginazione o le nostre emozioni, così come riduttivamente si tende a credere. La risonanza magnetica funzionale del cervello ha evidenziato come, durante la lettura, diminuiscono i picchi di stress e aumenta la condizione di relax, con una percentuale addirittura superiore all'ascolto della musica o al camminare.

Se, invece, leggiamo una metafora che in qualche modo si riferisce ad esperienze tattili, ecco che si attivano le stesse regioni del cervello che sono implicate quando tocchiamo realmente qualcosa.

Stessa cosa accade con le aree del cervello deputate a produrre i processi empatici e la cosiddetta “intelligenza emotiva”, amplificando quella “teoria della mente” che è alla base della nostra capacità di intuire e capire gli stati mentali altrui.

Insomma, leggere aumenta le connessioni tra varie regioni del cervello, con un effetto che dura addirittura diversi giorni. Il cervello di un lettore sottoposto a risonanza magnetica funzionale in fase di non lettura, mostra, infatti, un aumento della connettività del lobo temporale sinistro (area associata al linguaggio), ma anche nel solco centrale che separa la corteccia motoria da quella sensitiva, il che ci fa forse comprendere perché con tanta facilità finiamo per entrare in sintonia con i protagonisti delle storie in cui siamo immersi.

In molti dialetti lombardi e alcuni emiliani il significato di "pirla" rimanda all'idea di trottola (cioè qualcuno che gironzola senza scopo) e, in effetti, la vita di chi non legge rischia di essere un po' così, magari non proprio senza scopo, ma certo con tante meno probabilità di trovarne uno.

Leggete, dunque e fate leggere i vostri figli. Chi legge, se proprio non campa cent'anni, certo può campare cento e più vite.



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