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Ma sei dislessico o mangi da schifo? (la dieta di Marco)

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Riportiamo di seguito una delle molte riflessioni emerse durante la bella serata di martedì 17 marzo con tanti genitori e insegnati partecipi e interessati a discutere attorno a un concetto di "Educazione Alimentare" che comprende ma va ben oltre il semplice mangiare sano.

La tavola, infatti. è un potente aggregatore simbolico i cui effetti positivi sembrano sempre più esclusi dalle nostre pratiche sociali generando un malessere che trascende l'alimentarsi in quanto tale. 
Per questo, il metodo di studio che condividiamo nei nostri percorsi individuali e di gruppo, comprende anche strumenti, strategie e tecniche per nutrire bene il corpo e la mente.

* * * 

Sempre più spesso riceviamo in studio famiglie (giustamente) preoccupate per: difetti di pronuncia, segnali di possibili disturbi dell'apprendimento o dell'attenzione, difficoltà scolastiche di vario genere... insomma, elementi che minacciano di alterare il normale iter di crescita del bambino e che, soprattutto in prossimità o con l'abbrivo della scuola dell'obbligo, una sana ansia spinge a correre ai ripari. 

L'esperienza clinica, tuttavia, ci ha più volte confermato la necessità di un'osservazione a largo raggio, poiché, più spesso di quanto si immagini, il problema che la famiglia ci chiama ad indagare può essere influenzato o -a volte- addirittura generato da comportamenti, abitudini, condizioni che pertengono anche all'area educativa, psicologica e relazionale. 

Uno degli elementi più importanti di questa ispezione, è quello dell'alimentazione, area sempre rilevatrice di molteplici segnali.

Per quanto sorprendete, un numero decisamente elevato di famiglie, mentre (è bene ribadirlo: giustamente) si allarma per una «s» sibilante, l'inversione di vocali o consonanti, cali dell'attenzione, o qualche altra fatica linguistica e, conseguentemente, scolastica; sembra non rilevare il problema se lo stesso soggetto si nutre da schifo. Il dialogo tipico è più o meno questo...  

"Senti Marco, mangi tutto o c'è qualcosa che non ti piace?". 
"Guardi, dottore," ovviamente risponde la mamma e non Marco (sic), "con il cibo è proprio uno strazio.". 
"In che senso?". 
"Ah, guardi, ogni volta per farlo mangiare è una vera una lotta.". 

Così viene fuori questo quadretto, più o meno standard... 

Marco al mattino non fa quasi colazione, quando va bene beve una tazza di latte o thé coi biscotti, ma la gran parte delle volte ingolla una brioche o un succo di frutta ("frutta" si fa per dire) mentre corre in ritardo a scuola, "Perché, non le dico, al mattino siamo sempre sul filo del rasoio e poi lui non ha proprio fame.".

Così, il piccolo Marco salta a piè pari il pasto più importante della giornata, quello che, per non fare danni al nostro organismo, dovrebbe essere il più ricco e assunto tendenzialmente entro i primi 40/45 minuti dalla sveglia.

Alle 8/8.30 arriva trafelato a scuola, praticamente digiuno, proprio mentre il suo corpo, per millenaria stimolazione del nostro cervello rettile, urla allarmato: "Aiuto, ho fame! Riuscirò a mangiare oggi?". È, infatti, questo quello che accade a discapito delle nostre cattive abitudini: una richiesta primordiale di cibo dettata da quei tempi antichi in cui la scarsità aveva la meglio sull'abbondanza -ci si stupisca se poi Marco le prime ore delle mattina è già distratto.

Finalmente, però, arriva la ricreazione di metà mattina. Qualcosa, seppur in ritardo, si può ancora rattoppare e, infatti, alcune sagge scuole hanno introdotto l'obbligo della frutta, ma -ahilui- non è il caso di Marco che, invece, ha (mediamente) nel suo zaino una "Razione K" formata da altra brioche e altro succo (manca solo il cordiale -ma, d'altra parte, alcol e prodotti di produzione casalinga non si possono introdurre a scuola, molto meglio i prodotti da forno industriali pieni di zuccheri, coloranti, olio di palma e altre sostanze nocive).

Comunque lo zucchero della merendina e del succo, insieme ai suoi effetti nocivi, dà un po' di sprint a Marco, il che non significa che stia bene, è più dopato che adeguato, ma almeno arriva al traguardo del pranzo.

Suona allora la campanella: urla, schiamazzi: è l'ora -appunto- della mensa e qui iniziano le note dolenti.

"Dottore," spiega sempre la mamma, "non mi mangia a casa, si figuri in mensa," e poi, a bassa voce, come se il bimbo non sentisse (e, conseguentemente, apprendesse): "Ma come dargli torto, il cibo della mensa... ha presente?" segue espressione schifata (così se Marco non ha appresso il pericolo della mensa "sentendo", ora l'ha appreso "vedendo").

Marco, dunque, a mensa non mangia, al limite "pilucca". Anche le poche cose che a casa gli piacciono, in mensa gli fanno schifo, così alla ripresa delle attività scolastiche, Marco è veramente affamato.

Quel che è successo è che il suo corpo ha quasi esaurito il glucosio per gestire il consumo di energia che gli è stata necessaria fino a quel momento. In questi casi, le ghiandole surrenali, avvertendo la carenza di nutrienti, rilasciano cortisolo. Questi ha il compito di andare e recuperare le energie per far funzionare adeguatamente il cervello in situazione di scarsità ma, non potendole recuperare dal "cibo fresco", perché non è stato ingerito se non in forma ridotta, ecco che le va a prendere dalla massa muscolare, di fatto compromettendola e generando stress. Poi ci si chiede come mai nelle ultime ore di scuola il bambino è irritato, addirittura irascibile.

Alla fine della giornata Marco esce da scuola in prenda a quella che si chiama "fame compulsiva", ma (per sua fortuna) c'è la mamma (il papà, i nonni o chi per essi) che lo attende con una bella pizza unta del panettiere (un pacchetto di patatine? l'ennesima brioche?) ma -a sto punto- potrebbe essere anche la più salutare merenda del mondo che il corpo di Marco è così bisognoso di zuccheri da assorbirli con tale velocità da generare un picco glicemico, una vera e propria scossa che allarma il pancreas facendogli secernere insulina il cui compito è, invece, di regolare la glicemia nel sangue, riportando però il corpo di Marco -dato il precario equilibrio- allo stato di carenza precedente in cui c'è di nuovo bisogno di cortisolo... e via che riparte la giostra.

Quando arriva a casa, Marco è talmente frastornato da questa altalena biochimica che a fatica potrebbe aprire un libro, figuriamoci fare i compiti. E durante la giornata le cose non sono andate meglio. Mentre una parte del suo cervello cercava di ascoltare la lezione, un'altra era allarmata dall'assenza di cibo -cosa che certo non favorisce né l'attenzione né performance scolastica.

Sono le 17/18 e il corpo di Marco è ancora in carenza di zuccheri, cosa che trova in una qualche altra merenda che non sia un frutto o una verdura (il piacere di sgranocchiare un finocchio o una carota è sconosciuto a Marco). "D'altronde," dice la mamma, "a quell'ora mica mi metto a cucinare e lui ha una fame da lupo," eggià!

Altro cibo spazzatura, dunque, magari guardando un po' di televisione, o giocando con la play station, perché, certo, per queste azioni piacevoli Marco ha la sensazione di non doversi concentrare (per questo, infatti, li tutto funziona, lì sì che si concentra, come se il suo cervello distinguesse tra videogame e libro di testo modificando le sue capacità attentive). Quando non c'è la Play o la Tv Marco fa qualche (per altro opportuna) attività sportiva, ma il problema è che, entrambe le azioni, sono esercitate in situazione di privazione energetica, di stress.

Ora, arrivati a cena, potete immaginare la condizione psicofisica di Marco. E si capisce la mamma, quando parla di "lotta per mangiare". Marco alle 8 di sera è una "bomba capricciosa". Il suo corpo (cervello compreso) è talmente stressato che qualsiasi differimento del desiderio gli appare come un affronto per questo, litigio dopo litigio, i suoi capricci e i suoi rifiuti hanno generato la paura dei genitori che, pur di farlo mangiare, sono ormai disposti a tutto.

Quindi, Marco per cena, se mangia (se, cioè il suo livello di stress/capriccio non lo spinge a rifiutare tutto), si abbuffa di ciò che davvero gli piace, cosa che non comprende: frutta, verdura, legumi o pesce (cioè, per lo più, ciò che lo farebbe crescere forte e sano e funzionare bene a scuola).

I cibi preferiti da Marco contengono preferibilmente zucchero, farina 00, sale, salumi, qualche volta carne (se così si possono definire le varie bistecche impanate e precotte) e, magari dopo cena un dolcetto: "Ma solo se ha fatto il bravo e ha mangiato tutto, tutto.".

Alla fine della giornata quel poco che Marco ha mangiato è composto per lo più da zuccheri raffinati (un vero neurotossico) con quali si corica per affrontare una notte dal sonno disturbato che lo aiuterà ad aumentare la probabilità di varie patologie, però i due zelanti genitori ci tengono a sottolineare che sono preoccupati per la «s» sibilante.



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3 commenti:

  1. Tutto vero ma soluzioni? come riuscire a fare mangiare bene i bambini?

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  2. I miei complimenti per questo breve, incisivo scritto! C'e un dosaggio equilibrato di conoscenza, ironia e "garbato redarguire" alla monumentale ignoranza in tema di cibo della maggioranza dei genitori (che a loro volta si non-nutrono attraverso cibo non-cibo, con conseguente mancanza di lucidità psicofisica). Spero che tante persone imparino da te, dai tuoi corsi. Chiara emozionARTI Fusi

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    1. Grazie Chiara... In effetti questa del cibo è una situazione che mette in crisi e alza molte resistenze nei genitori... C'e tanto da fare in termini di educazione e prevenzione

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