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Avete presente quando vostro figlio/a sta giocando a qualche videogioco, guardando il suo programma, cartoon o serial TV preferito o qualsivoglia altra attività lo ecciti e coinvolga, e voi lo chiamate ma questi pare non ascoltarvi, anzi, diciamocelo pure: non vi ascolta proprio, è in un altrove, completamente immerso e perso, preso con ogni suo neurone dall'attività che sta svolgendo.

In queste occasioni voi pensate, rivolgendo lo sguardo a qualche divinità: “Ma perché non riesce a stare concentrato cosi anche quando studia?”. Già perché?

Partiamo anzitutto dal fatto che avete ragione: quello che osservate è un momento di grazia, vostro figlio/a (che magari quando studia non si capisce se c’è o ci fa) sembra essersi trasformato in un super campione di "Rischiatutto", tanto è attento, sul pezzo, reattivo, cognitivamente settato per cogliere ogni minuto particolare (per inciso, la cosa -apparentemente- più strana è che tale stato di grazia riguarda proprio tutti, ma tutti tutti, anche quei bambini e ragazzi che normalmente a scuola hanno grandi difficoltà e per farli stare fermi davanti ai libri ci vorrebbe qualche esperto di bondage).

Di fronte a tale evento miracoloso, credo però che dovremmo porci una domanda diversa. Non: “Perché mio figlio/a non riesce a stare cosi concentrato quando studia?”, ma: “Perché la scuola non è così coinvolgente?” e poi: “Come possiamo fare affinché lo diventi e la pratica dello studio si avvicini almeno un poco a tale divina concentrazione?”.

Sono queste le domande che, chi come noi si occupa di migliorare le pratiche e le strategie di apprendimento, si pone ogni giorno -purtroppo spesso le stesse domande non se le pongono insegnanti e istituzione scolastica, ma questa è un'altra storia... sic.

Dallo studio di questi fenomeni, attraverso il monitoraggio della condizione fisiologica generale e l'utilizzo di tecnologie di neuroimmagine in grado di misurare il metabolismo cerebrale, emerge, ad esempio, che quando siamo immersi in un’attività coinvolgente, tanto da non accorgerci del tempo che passa, due condizioni si presentano: una basso livello di ansia e un basso livello di noia.

impara un metodo di studio efficaceAnsia e noia sono, dunque, delle specie di virus che danneggiano la nostra capacità di coinvolgimento e, quindi, di concentrazione -non a caso nelle situazioni di disagio scolastico interveniamo anzitutto sulla regolazione dei livelli di ansia o di noia, attraverso appropriate tecniche e strategie.

Tuttavia, se osserviamo i nostri ragazzi mentre sono impegnati in queste attività, altre cose ci saltano all'occhio.

Immaginiamoli catapultati in un videogioco...

La prima cosa che possiamo notare è che il coinvolgimento è direttamente proporzionale all'estraniarsi da problemi e pensieri. Impegnati nell'uccidere un mostro o guidare la propria squadra virtuale alla vittoria, i nostri ragazzi sembrano dimentichi di tutto (e spesso è per questo che vi si attaccano come arselle, non solo perché è divertente, ma perché quella situazione li seda, non li fa pensare ad altro –ad esempio alla loro penosa situazione scolastica).

Affinché questa sedazione, questa specie di ipnosi (che sarebbe tanto produttiva se applicata allo studio) abbia luogo, è necessario che il soggetto, come nei videogiochi, abbia ben chiaro l’obiettivo da raggiungere. E’ importante però che, tale obiettivo, non sia troppo difficile da scoraggiarlo, facendolo eccessivamente sostare nella condizione della sconfitta (a volte tanto dolorosa da decidere di smettere di giocare); ma nemmeno così semplice da far perdere la bellissima tensione della sfida che, poi, al suo traguardo, restituisce preziose iniezioni di autostima (non c’è studente, per quanto se ne freghi della scuola, che non gongoli quando prende un bel voto che si è conquistato).



Così, conseguentemente, più superiamo sfide, più avanziamo e, livello dopo livello (nel nostro videogioco, come in ogni cosa della vita), aumentiamo le nostre sicurezze, in un bellissimo cortocircuito in cui, più ci sentiamo sicuri, più accresce, parallelamente, la nostra capacità di affrontare traguardi sempre più difficili, con la voglia di fare e dare il massimo.

Ecco dunque la ricetta che ognuno può raggiungere e tanto più i nostri ragazzi con il loro cervello così plastico e in evoluzione: avere ben chiaro l’obiettivo, fare in modo che tale obiettivo non sia né troppo difficile, né troppo facile, essere sicuri di sé, estraniarsi dai problemi e dalle preoccupazioni.

Oggi tutto questo è possibile e senza ricorrere a pratiche di stregoneria.

Infatti, le attuali conoscenze che abbiamo sul funzionamento del cervello, ci consentono di mettere a punto, caso per caso, una serie di mirate strategie che intervengono a livello cognitivo, posturale, percettivo, relazionale e alimentare aumentando infinitamente le nostre possibilità di performance.




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Dire che siamo animali strani non rende appieno l'idea di tale stranezza e di come il paradosso guidi, più spesso di quanto immaginiamo, non solo le nostre scelte, ma persino le nostre funzionalità più basiche.

Siamo talmente strani che più scopriamo di noi e del nostro modo di sopravvivere in questo ospitale pianeta, più comprendiamo quanto (spesso) sia vero il contrario di tutto ciò in cui finora abbiamo creduto e che (pure) ci ha consentito di fare grandi progressi e conquiste, così da farci credere che le nostre ipotesi fossero esatte, quando invece semplicemente funzionano, hanno funzionato... almeno fino al punto da condurci sino qui dove siamo.

Tuttavia, oggi più che mai, la gran parte delle discipline che indagano e manipolano l’umano e i suoi confini, stanno giungendo alla conclusione che per andare oltre il punto cui siamo arrivati è necessario formulare altre ipotesi, poiché i vecchi paradigmi paiono non essere più in grado di spiegare la realtà che si produce sotto i nostri occhi.

Per fare un esempio che stia nel solco di questo articolo, nel corso delle nostre ricerche e dei nostri studi, abbiamo più volte potuto osservare e poi sperimentare in ambito clinico, quanto il procedimento logico e razionale si riveli per lo più disfunzionale alla soluzione di molte delle fatiche psichiche che ci attanagliano e che, per così dire: l’uso della ragione spesso ci consegna più fregature che benefici.

impara un metodo di studio efficaceEppure siamo diventati umani sviluppando un'area del cervello che abilita proprio il super potere della ragione; area che quando è presente in altri viventi (come nei nostri più vicini scimpanzé), lo è in forma decisamente depotenziata.

Si tratta della cosiddetta "corteccia frontale ventrolaterale" e, in particolare, all'interno di questa, il "polo frontale laterale" che nell'homo sapiens sapiens sembrerebbe assolvere, in maniera unica, alcuni compiti come quelli deputati alla pianificazione strategica, al processo decisionale o al "multi-tasking".

Un’area del cervello che, a differenza delle altre, non ha legami con gli aspetti corporei o con la realtà esterna, ma fluttua in un ambiente puramente neurale, e forse per questo è capace di azzardate astrazioni e produzioni di immagini proprie, distinte da ciò che che ci circonda.

Tuttavia, questo super potere che ci ha reso capaci di gradi imprese, in molti casi ci impedisce di vedere quanto le soluzioni siano altrove, magari proprio in alcune di quelle abilità più basse che condividiamo con gli altri animali.

Questo racconta, a mio avviso, una recente ricerca pubblicata sulla rivista "Journal of Neuroscience" in cui un gruppo di scienziati ha scoperto cosa avviene quando cerchiamo di concentrarci.

Si tratta di una scoperta per noi molto importante, poiché nei nostri percorsi in cui insegniamo, a studenti di tutte le età, le più efficaci strategie per apprendere, un posto d'onore è riservato proprio alla condivisione delle tecniche di potenziamento della concentrazione -anzitutto per combattere il suo contraltare: la distrazione, forse il più grande "maleficio" che ogni giorno ci regala la società dei consumi in cui viviamo (la "distrattite", infatti, colpisce un tal numero di studenti che la comunità medico scientifica ha più o meno dovuto "inventarsi" una serie di patologie -Dsa. Adhd, etc per giustificare un così elevato numero di soggetti che, in un modo o nell'altro, faticano a tenere un adeguato focus attentivo -per inciso, questo non significa che non esistano disturbi dell'apprendimento o da deficit dell'attenzione, ma che forse dovremmo guardare più a largo raggio e non risolvere troppo facilmente un problema così diffuso attribuendo al portatore del sintomo tutte le cause del sintomo.

Come spieghiamo nei nostri corsi, al fine di migliorare le capacità di apprendimento, è anzitutto determinate distinguere due diverse tipologie di distrazione: una benefica, cui il cervello è normalmente sottoposto e che è necessario sfruttare a nostro vantaggio, e una malefica, da cui dobbiamo assolutamente liberarci.

Quest'ultima la conosciamo benissimo tutti. Generalizzando potremmo definirla “la distrazione del desiderio”, disturbo che ci devia dalla situazione su cui dovremmo essere concentrati richiamando alla mente cose più piacevoli, meno faticose e che tanto si amplifica quando un richiamo esterno la sollecita -ad esempio ogni qual volta giunge il suono (deleterio) di un nuovo messaggio sul cellulare.

È, per intenderci, quella distrazione che colpisce ogni studente che non riesce a tenere gli occhi su un libro per più di cinque minuti, ma che -chissà come- è capace di passare ore concentrato sul tablet, magari seguendo le minute istruzioni di un gioco di ruolo cui è appassionato. Ecco, è la distrazione che si attiva quando manca il piacere -ma che, tuttavia, possiamo controllare utilizzando adeguate soluzioni.

La distrazione benefica è, invece, il tema di questa nuova scoperta neuroscientifica che dimostra perché alcune tecniche che adottiamo per aumentare la concentrazione siano così efficaci.

Pare, infatti, ci sia una certa area del cervello che si attiva per predisporci ad evitare di distrarci durante l'esecuzione di una attività. Si tratta, nella fattispecie, della corteccia medio-frontale destra, i cui meccanismi cerebrali sembrerebbero dedicati a filtrare gli stimoli per così dire “irrilevanti” che giungono ai nostri sensi mentre siamo impegnati in un compito che richiede la nostra concertazione.

L'aspetto interessante che hanno individuato i ricercatori è che proprio quando gli stimoli estranei si fanno più frequenti e rilevanti che l'area si attiva più velocemente e con maggiore efficacia. Potremmo dire, insomma, che più sono disturbanti i segnali estranei all'attività che richiede la nostra attenzione, più si attivano meccanismi capaci di escludere questi segnali stimolando quindi la concentrazione stessa.

Il cervello, dunque, sembrerebbe concentrarsi tanto più velocemente e con maggiore efficacia quanto più frequenti sono presenti condizioni distrattive divergenti dalla attività principale.

Questo non significa, ovviamente, che aumenterò la mia concentrazione se studio l'ultimo capitolo di storia mentre contemporaneamente gioco alla play-station o chatto con chicchessia su whatsapp. Queste sono, invece, le distrazioni malefiche da eliminare.

Si tratta, invece, di applicare precise e adeguate tecniche che questa nuova scoperta pare certificare, dimostrando che il miglior modo di concentrarsi è imparare a distrarsi bene, paradosso che, una volta in più, racconta dello strano animale che siamo e di quanto cammino ancora abbiamo da compiere per conoscerci veramente.

 Imparo a imparare

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La mamma di Mirko e Fabiola (6 e 7 anni) mi racconta che lo scorso weekend il loro telefono cordless superdigitale è passato improvvisamente a miglior vita. Così, per non restare isolati durante il fine settimana, il papà si è ricordato di avere un vecchio telefono in soffitta, di quelli ancora con la ghiera di plastica per comporre il numero. Detto fatto, il telefono viene istallato tra la curiosità dei bambini di fronte a quel reperto paleolitico e la voglia di provarlo e raccontare ai nonni l'accaduto. Il primo che ci prova è Mirko, il più grandicello... niente da fare: "Papà, non funziona questo coso," dice. Allora è il turno di Fabiola, ma... niente: altro insuccesso. Dopo diversi tentativi, i genitori divertiti decidono di intervenire spiegando ai bambini che per comporre il numero non bisogna schiacciare, ma infilare il dito nel buco e ruotare la ghiera.

Nati digitali privi di problem solving?

La questione è più seria di quanto l'episodio non riveli. Mirko e Fabiola sono due bambini super intelligenti, due di quei bambini le cui gesta potreste sentire narrare la mattina in qualsivoglia bar limitrofo a una scuola in cui mamme e papà si radunano per il caffè dopo aver accompagnato i loro pargoli.
"Oh, dovevi vedere il mio Paolo ieri!" (commozione).
"Che ha fatto, tesoro?" (curioso stupore).
"Da non credere. Sono in cucina, sento dei rumori in sala, vado a vedere e non aveva mica acceso il computer, entrato in internet e stava guardando il suo cartone preferito su youtube?!".
"Un genio!!" conclude in visibilio l'amica, "Chissà quando diventerà grande.".

A parte consigliare alla mamma in questione di essere un po' meno eccitata e un po’ più preoccupata se il figlioletto accede così facilmente alla rete (secondo Telefono Azzurro un bambino su tre si collega a internet da solo); è necessario aggiungere con forza che Paolo, Mirko, Fabiola e tutti i cosiddetti "nativi digitali" e “mostriciattoli” simili (ad esempio i "bambini indaco", loro dirimpettai esoterici), non sono affatto dei geni o, meglio: lo sono (e lo potranno essere) esattamente come i loro coetanei di trenta, cinquanta o cent’anni fa -anche se, forse, a differenza dei loro antichi pari, corrono un rischio: l’etichetta dell’aspettativa.

un metodo di studio efficace
Era appena iniziato il nuovo millennio (2001) quando Mark Prensky coniò, in due fortunate pubblicazioni, il termine di “Digital Native” (nativi digitali) e “Digital Immigrants” (migranti digitali), ovvero coloro che sono nati in un tempo in cui Internet & Co. iniziavano a dilagare (più o meno il 1985) e coloro che, nati precedentemente, arrivano dal mondo analogico e verso il digitale devono migrare.

Il concetto, insomma, è che l’avvento di internet e dei suoi afferenti avrebbe creato due gruppi sociali distinguibili su base anagrafica i quali dovrebbero differenziarsi non solo per capacità e modalità d'uso di queste tecnologie, ma anche per il loro sistema neuronale e cognitivo plasmato (al rialzo) dall'uso delle tecnologie stesse.

Ecco quindi compiuto l’assioma: i nativi digitali sono cognitivamente migliori dei loro passati coetanei e, quindi, dei loro padri. Dei geni, insomma, che già a 3 anni sanno accedere a YouTube (e poco dopo a YouPorn). Fa niente se poi, davanti a un telefono con ghiera, finiscono per fare la figura di un decerebrato, se paiono mancare di capacità pragmatiche e di problem solving perché assuefatti a schiacciare un bottone affinché si compia il miracolo di qualsivoglia soluzione.

I figli del digitale non sono dunque dei geni (smettiamo di pensarlo, sarà un bene soprattutto per loro). Essi rispondono compiutamente agli stimoli di una società ricca di opportunità (anche alimentari, per dirne una) che nutre e mette in moto particolari aree del cervello ma che corre il rischio di privarne altre se, appunto, non facciamo lo sforzo di aiutare questa generazione ad uscire dall'isolamento delle tecnologie quale unico (o quasi) contenitore esperienziale.

Quando, infatti, si cresce aspettandosi che tutto funzioni schiacciando un tasto (“in tempo reale”), si rischia di perdere di vista la processualitá delle cose, quella che il digitale nasconde in un’algoritmo accessibile solo a pochi adepti, una stringa non smontabile come potrebbe essere una sveglia a ingranaggi o una macchinina a molla. Forse per questo lo strumento tecnologico è spesso oggetto più di consultazione che di produzione, determinandone quindi un uso passivo e acritico che ha poi una forte incidenza anche nella vita reale. 

Le abitudini digitali hanno cambiano e stanno cambiando la nostra relazione con la realtà facendo insorgere nei nostri ragazzi una sempre più diffusa incapacità ad attendere, cui si giustappone un comunicare sempre più frammentato, fatto per lo più di parole d’ordine e scorciatoie, elementi che giungono a influenzare, tra gli altri, la produzione e la lettura di testi, ma anche le relazioni sociali, sempre più consumate nel segno dell’immediatezza.

Forse per questo nelle esclusive scuole della Silicon Valley, quelle frequentate dai figli dei grandi manager di Google, Apple, Microsoft etc., non si tocca un computer, un tablet o uno smartphone prima delle ultime classi scolastiche, mente si abusa di lavagne, gessi colorati, oggetti e materiali per apprendere a esercitare la fisicità e la fantasia.

In un sevizio del New York Times di qualche anno fa, uno dei manager che dalla valle del silicio plasmano il nostro radioso futuro ipertecnologico, dichiarava che l’idea che un tablet potesse aiutare il proprio figlio ad apprendere era semplicemente ridicola, mentre era più facile che minasse le sue capacità di concentrazione -capacità spesso fragilissima in questi "nati digitali", salvo ovviamene quando sono impegnati a combattere in qualche videogame.

Senza contare che, se si va un po’ più a fondo degli slogan utili al merchandising, si scopre che questi "nati digitali" computer e affini non li padroneggiano affatto. Secondo un'indagine dell’Ecdl (l’ente che sovrintende i programmi delle certificazioni informatiche europee) la gran parte dei nativi digitali non possiede competenze informatiche avanzate. Anzi, peggio, forse proprio perché forti del loro esser “nati digitali”, i giovani tendono a sopravvalutare le loro capacità -uno studio del 2015 rivela, ad esempio, che mentre l’84% degli intervistati dichiara di possedere ottime o buone conoscenze del web poi, sottoposi a un test pratico, soltanto il 49% consegue risultati apprezzabili, ma comunque scarsi.

Le nuove tecnologie, ormai non più così nuove, rappresentano una straordinaria evoluzione delle possibilità umane (come scrivevo nel post: “Perché studiamo come fossimo nell'Ottocento?”), pari all'invenzione della ruota, della scrittura, della stampa, del motore a scoppio, etc. Dobbiamo imparare, soprattutto noi adulti, a non demonizzarle (come scrivevo nel post: "Smartphone for the Devil"), ma neanche a sottovalutarne gli effetti deteriori.

E nostro compito, invece, predisporre opportune attenzioni educative capaci di valorizzare gli aspetti evolutivi e costruttivi delle tecnologie digitali, senza perdere di vista le alterazioni che ogni innovazione genera proporzionalmente al suo impatto; valutando -cioè- quanto e come modifica la natura dei nostri interessi (ossia le cose a cui pensiamo), quanto e come riduce o amplifica la struttura e la qualità dei nostri simboli (ossia le cose con cui pensiamo) e quanto e come ridefinisce le relazioni con gli altri e col mondo.

Il lavoro quotidiano con tante famiglie sembrerebbe raccontare che questo compito è disatteso, che le famiglie non sanno come intervenire per valorizzare un uso positivo delle tecnologie e limitarne gli aspetti detrattivi. Una condizione di scarso controllo e dipendenza avvolge, infatti, la vita di tanti bambini e ragazzi compromessi da una caduta verificale di abilità cognitive che il digitale non può sostituire e che, se oggi hanno un loro primo impatto sulla scuola, domani rischiano di incidere sulle opportunità di determinare il loro destino.

Dice Charlie Chaplin che non puoi trovare un arcobaleno se guardi in basso. Questo penso quando vedo tutti quei bambini e quei ragazzi (e, ahimè, tanti adulti) con gli occhi incollati ai vari dispositivi elettronici. Siamo diventati umani conquistando la postura eretta e, da quell'altura, abbiamo potuto vedere l'orizzonte, immaginare che, oltre quel punto laggiù, ci fosse qualcosa, qualcuno che valesse la pena raggiungere, magari solo la bellezza gratuita di un arcobaleno... il futuro.

Ognuno tragga le sue conclusioni.


-------- ALCUNE ATTENZIONI PRATICHE --------

Descriviamo di seguito alcune situazioni che spesso si presentano nel lavoro con le famiglie e che rappresentano un campanello d'allarme, suonato il quale, è forse importante pensare di intervenire con opportune strategie rieducative.

Una delle prime questioni da tenere sott'occhio è il tempo che bambini e ragazzi trascorrono in rete o videogiocando. In linea di massima, quando nostro figlio supera le due ore attaccato a pc, tablet o smartphone è senz'altro il caso di ridurre l'esposizione, sopra le tre ore è consigliabile intervenire. Se poi notate che, addirittura, tende a rimandare altre attività come frequentare gli amici, fare sport, dormire, mangiare o altro, allora è doveroso iniziare a preoccuparsi.

Altra situazione da prendere in esame riguarda
l'aspetto emotivo. Se osserviamo che nostro figlio attende con eccessiva ansia il momento in cui prendere possesso della rete o del viodeogioco, tanto che un possibile ritardo o l'impossibilità di farlo gli provoca irritazione, nervosismo o ingiustificati scatti di rabbia; oppure se gli è insopportabile qualsiasi interruzione, allora è consigliabile pensare di intervenire. 


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Sì, lo so, non è la prima volta che lo affermo e, solo in questo blog, è già il secondo articolo che capitola sotto questo argomentare (leggi qui il precedente).

Ma il tema è così importante e -ahinoi- per nulla o poco attraversato, che ritengo fondamentale sviscerarlo, poiché le sue conseguenze, ben al di là di qualsivoglia teoria, ricadono concretamente sulla vita di tante famiglie che riceviamo costantemente in studio e (al di là di tutti gli spergiuri e le miscredenze) pregiudicheranno il futuro di molti, troppi ragazzi.

Dunque: la scuola non serve più, sta morendo -almeno per come la conosciamo noi viventi di questo scorcio di secolo. Forse non assisteremo noi ai suoi funerali, ma la sua dipartita è storicamente segnata e il nostro dramma è vivere il tempo della sua agonia che ne decreta l’inutilità.

Una delle più grandi conquiste della nostra civiltà fu la rimozione della scuola per pochi a vantaggio della scuola per tutti. I regimi totalitari ci insegnarono, poi, come questa istruzione di massa fosse materia delicata e facilmente prestabile alla manipolazione di giovani menti che, tutte da plasmare, potevano essere facilmente educate a idolatrare un qualche Dio o un qualche Duce -e a volte entrambi insieme.

impara un metodo di studio efficace
Dopo quella tragica esperienza, si cercò così di creare una scuola capace di insegnare, anzitutto, la criticità, la curiosità, la voglia di sapere, la libertà di pensiero, la conoscenza che crea cittadini liberi… ma fu esperienza breve e gli avamposti che, certo, ancora oggi permangono sono comunque troppo pochi e isolati.

Nuove idolatrie hanno sostituito le vecchie, paradigmi conformi ai dettami dell'imperante società dei consumi, e quell'uomo libero che doveva essere il fine della scuola, oggi si è ridotto alla possibilità di avere un buon impiego e diventare -appunto- un buon consumatore.

Le ultime statistiche ci restituiscono l'immagine di una gioventù deprimente: disarcionata della cultura (che non legge, non frequenta, non contesta), per lo più ignara di ciò che accade nel mondo, disinteressata alla politica (nel senso di quella polis che rimanda all'attiva partecipazione alla cura del proprio territorio), incapace di lottare per i propri diritti… Insomma, un eclatante fallimento di quella scuola capace di generare uomini pensanti o, altro verso della medaglia, clamoroso successo di una scuola tesa a produrre cittadini conformi alla società che la ingloba.

D'altronde, lo diceva già il buon Frank Zappa: “Le scuole formano persone ignoranti, con stile. Ti danno l’attrezzatura per essere un ignorante funzionale… Le scuole non danno i criteri con cui riconoscere il bene e il male; vi preparano ad essere una vittima utilizzabile per il complesso militare-industriale che ha bisogno di mano d’opera.”.

Così, la scuola, un tempo nata per livellare ogni differenza sociale, quella scuola la cui funzionalità era garantire a chiunque la possibilità di istruirsi e formarsi, a prescindere dalla provenienza e dalle possibilità (“I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi,” Costituzione Italiana Art. 34), ora si rivela vera nel suo versante deprimente: una scuola per tutti, che non serve a nessuno.

Anziché fare la fatica di essere veramente inclusivi, abbiano scelto la strada più facile: quella di una falsa inclusività che ha abbassato drasticamente le richieste in ogni istituto (d’ogni ordine e grado) affinché ognuno possa avere l’illusione di essere istruito. Perché, in fondo, una società che si fonda sul consumo, non ha bisogno di soggetti curiosi che aspirino a una conoscenza il più possibile illimitata, ma di soggetti acritici che aspirino ad un illimitato uso della loro carta di credito.

Non è un caso se la perorazione più diffusa nelle famiglie, per spronare i loro giovani rampolli ad un sano rapporto con la scuola, è quella di cercare di sollecitare il loro futuro benessere economico: far bene a scuola, cioè, come espediente per poter diventare un soggetto benestante. Ma la scuola, così com'è, è semplicemente anacronistica e utilizzarla come strumento per sollecitare immaginari (per altro falsi) di future gioie lavorative, è più dannoso che sensato (per altro c’è davvero ancora qualcuno che crede che il tenore di vita futuro sarà lo stesso di quello attuale?).

La scuola di oggi è, infatti, ancora (purtroppo) organizzata per far fronte a una situazione sociale segnata dalla necessità di superare l’analfabetismo e il passaggio da un’economia agricola a un’economia industriale. Una scuola amalgamata alle grandi ristrutturazioni sociali che stavano trasformando il nostro paese e per le quali era indispensabile un surplus di professioni allora scarse o addirittura inesistenti e che, oggi, le statistiche ci raccontano, in esubero. Insomma, se allora c’erano troppi soggetti che lavoravano con le mani e troppo pochi lavoratori dell’intelletto, oggi la situazione si è totalmente ribaltata.

Inoltre, se fino a qualche decina d’anni or sono, le mie competenze e le mie capacità si giocavano il loro possibile successo professionale lottando contro qualche dirimpettaio, oggi la lotta si è globalizzata e il competitor dei nuovi lavoratori è (e sempre più sarà) un qualsiasi cittadino del mondo, magari più preparato, con più necessità e voglia di successo e, a volte –purtroppo- maggiormente disposto a rinunciare a diritti e privilegi.

Insomma, lo stato vegetativo dell’istruzione contemporanea si palesa nel fatto che un tempo la scuola compensava e equilibrava le deficienze sociali e culturali delle famiglie, mentre oggi sono le famiglie a doversi fare carico di compensare le deficienze della scuola.

Si tratta di un assioma che è per tutti evidente quando la famiglia è chiamata a provvedere in proprio alle carenze di materiali didattici, carta igienica, o addirittura a imbiancare gli stessi edifici e, non per ultimo, a farsi carico di riparare, con ripetizioni di varia natura, le conoscenze che la scuola non riesce a trasmettere (si pensi su tutti alla lingua straniera) o trasmette male.

Meno evidente, invece, sembra il danno che la scuola sta procurando più a lungo termine e sul quale le famiglie non paiono ancora aver preso coscienza, illusoriamente protese a dare fiducia a un sistema istruttivo che, invece, lascia ben poche speranze -è sorprendente la quantità di famiglie che lotta perché il figlio abbia un buon voto in pagella, ma non muove un dito se questi non legge un libro nemmeno a sparagli, se non è curioso di nulla oltre il proprio ombelico, se non riesce a imbastire una discorso che duri più di 30 secondi...

Ma d''altra parte, cosa potrebbero fare le famiglie per immaginare il futuro ai loro figli se non aggrapparsi alla barca della scuola? Peccato che la barca stia affondando e l'unica vera speranza rimane il naufragio. 

Cerchiamo di capirci, non sto affermando che non dovremmo mandare i nostri figli a scuola, ma che la scuola -purtroppo- non è più sufficiente per la loro salvezza sociale ed è quindi necessario che la famiglia si attivi per favorire quelle conoscenze che il futuro richiede ma che la scuola -ad oggi- nemmeno riesce a vedere.

Nonostante tutte le correnti contrarie, aiutiamo dunque i nostri figli a diventare curiosi del mondo e di ciò che li circonda; sproniamogli a leggere (anche se dicono che non gli piace e preferirebbero videogiocare tutto il giorno); educhiamoli ad amare il sapere, a frequentare l'arte, la musica, il teatro, la poesia, perché la scuola non lo fa più, non ne è più capace o -perlomeno- non ha più le armi per esserne capace; insegniamogli allora noi a nutrire la mente, a sollecitare il dubbio e il paradosso, rendiamoli capaci di abitare l'instabilità e le contraddizioni... perché questi saranno domani gli strumenti di cui avranno bisogno, ben al di là di qualsivoglia formazione specialistica.


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Giusto un anno or sono aprivamo le danze al periodo estivo con un articolo dal titolo: “Come portare il cervello in vacanza” in cui sottolineavamo la necessità di scombussolare le naturali routine cui il cervello aspira, con un periodo di sano “disordine mentale”, anche fatto di ozi, sollazzi e apparente (solo apparente) inattività cerebrale.

La vacanza, infatti, è l’occasione migliore per dare sfogo alla Task-negative Network (Tnn) lasciando vagare la nostra mente oltre le frontiere della sua antagonista: la Task-positive Network (Tpn) che, invece, entra in gioco quando siamo stimolati e concentrati su un compito.

Liberiamoci dunque, e liberiamo i nostri studenti, lasciando che il nostro cervello vaghi da situazioni di incertezza senza stimoli (noia, fancazzismo e affini), a situazioni di incertezza iperstimolata (luoghi mai visti, esperienze mai fatte, emozioni mai provate), ma… (attenzione!) non smettiamo, al contempo, di condire tutto questo con quelle situazioni routinarie in cui il nostro cerebro si sente appagato.

Il gioco è quello di invertire le percentuali, non di azzerarle.

Se durante le normali giornate dell’anno la nostra vita è per lo più protesa all'organizzazione e esecuzione del “compito”, ora, durante l’estate, releghiamo il compito alle sue minime percentuali, ma non eliminiamolo.

Si apre qui l’annoso dibattito sulla sensatezza dei compiti estivi che, date le premesse, potete intuire dove personalmente mi spinge. La questione, infatti, è eminentemente neurologica non ideologica. Il rischio, è che il necessario svacco prenda il sopravvento su tutto il resto e, come spesso accade, lo studente in vacanza diventi più vacuo che vario, passando il suo tempo a stordirsi con overdose di videogiochi e smartphone (vedi articolo) e perdendo il reale beneficio dello spazio vacanziero.

La questione, dunque, non è non avere compiti, semmai che tipo di compiti assegnare; poiché abbiamo ormai a disposizione diverse ricerche che ci informano sull'efficacia di alcune richieste e l’inesattezza di altre.

Partiamo da alcuni dati.

Siamo il paese in Europa che assegna più compiti, ma da un’indagine tra gli studenti, circa 9 studenti su 10 non li finiscono, 3 su 5 ne eseguono più o meno la metà o non li hanno fanno proprio e, tra chi li svolge, la metà circa ammette di copiarli (da internet o dai compagni di classe). Questi numeri già ci dovrebbero fare intuire che qualcosa non funziona.

Una delle questioni che maggiormente mi trovo a dipanare con studenti e famiglie è lo smarrimento (spesso -ahimè- di entrambi) di fronte alla mole di lavoro che rappresentano i compiti per l’estate. Senza comprendere che il più importante insegnamento che ci danno non è eseguirli, ma imparare a suddividerli.

In effetti, uno studio del Dipartimento di Psicologia e Neuroscienze della Duke University (USA) ha evidenziato come compiti brevi e semplici siano più proficui -non a caso la Finlandia, nazione che in questi ultimi decenni ha acquisito un’indiscussa leadership nell'applicazione di tecniche avanzate per la didattica, impone per i compiti un tempo limite di mezz'ora al giorno.

Dunque, per programmare adeguatamente questo tempo limite (che ovviamente aumenta con l’avanzare dell’età -senza però superare l’ora, l’ora e mezza, massimo) è necessario organizzarsi: affinché la quantità sia tale da permettere questa suddivisione e affinché gli studenti siano capaci di operare questa suddivisione.

Ridursi all'ultima settimana per eseguire i compiti tutti in una volta, passare ore e ore su un compito o eseguirli in grandi blocchi monotematici (tipo 10 giorni di fila tutti dedicati alla matematica o alla grammatica) è assolutamente inutile. Meglio non farli.

impara un metodo di studio efficaceIl più grande insegnamento dei compiti estivi è dunque quello organizzativo: un vero e proprio esercizio altamente cognitivo che ci abilita a non traballare di fronte alla difficoltà di un compito complesso e articolato, imparando ad affrontarlo ed estinguerlo -cosa che ci tornerà utile in tutte le stagioni della vita.

Nel caso di specie dovremmo, calendario alla mano, insegnare ai nostri ragazzi, ad avere anzitutto una visione d’insieme, il più possibile dettagliata, delle loro vacanze: i giorni che trascorrerò a casa e quelli che invece mi vedranno fuori città, i giorni speciali in cui sarò impegnato in qualcosa di particolarmente interessante e quelli di ordinaria quotidianità, i giorni in cui non avrò davvero alcun impegno e i giorni in cui frequenterò magari un centro estivo o simili.

Abbiamo, dunque, momenti diversi cui vanno attribuite disponibilità diverse.

Fatta questa divisione, si è dimostrato particolarmente efficace, lasciare i primi 7/10 giorni senza alcun compito. Liberare la mente da tutte le fatiche e le ultime tossine per poi, dall'undicesimo giorno, iniziare a seguire il planning che avremo sapientemente diviso al fine di lavorare non più di un’oretta, preferibilmente al mattino, preferibilmente sempre alla stessa ora.

Inseriamo quindi nel planning anche quei giorni in cui, per diverse ragioni, non è possibile o non vogliamo fare nulla; tra questi potrebbe essere, ad esempio, auspicabile il periodo in cui saremo al mare, in montagna o in viaggio.

Prevediamo, inoltre, un incremento dell’attività lavorativa nell'ultima settimana cosi da essere più rodati al nuovo inizio.

Infine, dividiamo i compiti da fare tra quelli a nostro avviso più difficili e quelli che supponiamo più semplici quindi, materia per materia, distribuiamoli nel nostro calendario attribuendo, per ogni giorno, almeno un esercizio per materia, iniziando con un compito classificato come difficile e finendo con uno facile; lasciamo per i giorni più impegnati solo compiti facili e… il gioco è fatto.

Questo per stare ai diktat della scuola e farli fruttare al meglio. Se poi volete far sì che l’estate sia davvero un momento propizio per il cerebro dei vostri ragazzi, altri sono allora i compiti che dovrebbero fare. Eccone una piccola lista, ma sono sicuro che, leggendola, altre cose vi verranno in mente…

Usate per loro parole nuove per descrivere cose vecchie e giocate a rincorre e imparare ogni vocabolo che, descrivendo il mondo in modo diverso, rende il mondo sempre diverso.

Viaggiate, se potete e più che potete. Fategli vedere più mondo possibile, ma evitate di portare il vostro mondo nel mondo in cui andate. Insegnategli che viaggiare non è spostarsi, ma guardarsi attorno con occhi diversi.

Lasciatevi sorprendere se volete che vi sorprendano. Siate curiosi e si incuriosiranno. Guardate, voi per primi, con gli occhi dilatati dallo stupore.

Fateli leggere perché, per quanti viaggi faranno o gli farete fare, leggere è l’unico modo che avranno per avere più vite e superare gli ostacoli della vita -che comunque verranno.

E insegnategli a guardare le stelle, non necessariamente a riconoscerle… solo guardarle. Fatelo senza parlare. Non c’è momento migliore dell’anno per vedere, dal cielo, filtrare l’infinito.



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