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La logica per cui il verbo “studiare” continui ad essere, nel linguaggio e nelle pratiche comuni, in qualche modo catalogato tra i contrari di “divertirtisi”, è falsa e nefasta, e continuerà a mietere non solo ondate di cattivi studenti, ma soprattutto di uomini e donne disarcionati da un sano rapporto con la conoscenza, se non provvederemo, in qualche modo, a eliminarla.

Non c’è, infatti, bisogno di nessun genio della lampada, né di un trattato di qualsivoglia teoria, per capire che qualsiasi cosa presentata come pedante, noiosa, faticosa, non attira certo le simpatie e il desiderio di frequentarla.

Più che mai oggi che, come ci ricorda Romano Madera, “fatica” e “sacrificio” sono diventate parole tabù, perdendo il peso educativo che avevano nella vita sociale e trasformandosi da “parole culto”, su cui si sono fondate tutte le civiltà umane segnate dalla scarsità dei beni, a “parole minaccia” per la civiltà dello sperpero e dei consumi in cui viviamo.

impara un metodo di studio efficace
Oggi, ciò che la concezione contemporanea inserisce nella categoria delle cose buone e giuste, non prevede né la fatica, né il sacrificio e, tanto meno, la noia; anzi, prescrive il loro esatto contrario: la facilità, meglio declinata come: semplificazione, immediatezza; e l'abbondanza, a sua volta declinata come: consumo, opulenza, spreco.

Tuttavia, non c’è anatema più abusato di quello che genitori e -ahinoi- anche insegnati, lanciano allo studente di turno, dando corpo a macumbe tipo: “Ah, vedrai quando andrai a scuola,” oppure, più esplicito: “Ah, hai finito di divertirti, il prossimo anno inizia la scuola,” o ancora: “Non credere di poter giocare per tutta la vita, a settembre inizia la scuola.”.

Con questo carico di gioiose aspettative, la gran parte dei bambini entrano nella scuola dell’obbligo e si rendono conto ben presto che il refrain di anno in anno non cambia, cosicché, se per caso a qualcuno venisse la malaugurata idea di pensare: “Sai che, però, questa scuola non è mica cosi male”, ecco pronta la nuova preveggente maledizione: “Quest’anno è stata una passeggiata, ma non crederai che anche l’anno prossimo sarà cosi?”.

Il vero dramma, però, è che la macumba, il più delle volte, si concreta e lo studente sperimenta, sulla propria pelle, che la scuola (e, per associazione, studiare e, per associazione, conoscere -sic) è davvero il contrario del divertimento, della piacevolezza, del godimento.

Un tempo, quando parole come -appunto- “fatica” e “sacrificio” erano tanto interconnesse alla vita, da percepire come naturali e non necessariamente negative molte delle conseguenze che ne discendevano, anche la scuola poteva permettersi di reggere un impianto che, su quelle parole, forgiava i suoi adepti, e gli insegnanti adottare metodi che, da millenni, su quelle parole, avevano impartito i loro metodi di studio.

Oggi questi metodi, per i motivi che qui ho cercato pur brevemente di descrivere, non funzionano più e, laddove funzionano, si rivelano inutilmente dispendiosi a fronte delle scoperte che nel frattempo si sono avvicendate e delle tecnologie di supporto che abbiamo ideato.

Ciò non significa che non si debba, in qualche modo, faticare, o che si possano eliminare disciplina e sacrificio dalle pratiche di apprendimento, ma che la loro rappresentazione, inutilmente terrorista, andrebbe bandita dal linguaggio intimidatorio con cui stupidamente si spera di dare ai nostri ragazzi un qualche tipo di stimolo ma, soprattutto, contrastata adottando fattivamente didattiche davvero innovative, che si sposino con le ricerche e le conoscenze che oggi abbiamo sul funzionamento del cervello e che, uno su tutti, ci dicono che apprendere può e deve essere divertente e coinvolgente.

Non ho mai conosciuto nessun bambino o ragazzo che, pur trascinato in un’attività divertente, sentisse la fatica o rifiutasse il sacrificio e non c’è bisogno di alcuna ricerca sul campo né di qualsivoglia scienza dell’apprendimento per ricordarci che le materie che abbiamo amato di più e che, a volte, sono anche diventate gli strumenti del nostro lavoro da adulti, non sono quelle dove abbiamo fatto meno fatica, ma quelle in cui abbiamo avuto la fortuna di incappare in un docente capace e coinvolgente.

Se un tempo queste abilità erano più o meno casuali, dettate dalla buona sorte, mentre la faceva da padrone il millenario ruolo della severità, dell’autorità, dello stare ore e ore chini sui libri finché quelle parole, spinta dopo spinta, non entravano nel cervello; oggi sappiamo che può non essere così, anzi sappiamo che deve "non essere così", perché così è inutilmente faticoso e dispendioso e ci sono, invece, modalità più divertenti per ottenere migliori risultati.

Chi forma i nostri docenti, per fare due soli esempi, all’importanza e all’uso delle tecniche della teatralità e dell’empatia, quali fondamentali strumenti per favorire l’apprendimento?

Il motto che condivido con le persone che frequentano i miei corsi è che, quando apprendere diventa facile, studiare diventa divertente. E’ importante però che, tra gli insegnanti come tra gli studenti, queste conoscenze siano diffuse e che si superino le resistenze e le diffidenze che ogni cambiamento impone.


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In tanti anni di lavoro con studenti di varia età e capacità, ho imparato a frazionare questa macro categoria in molte interessanti sottocategorie che mi aiutano a capire come funziona il mondo degli studenti e quali strategie adottare per meglio aiutarli.

Una di queste è quella relativa ai tempi di studio.

Abbiamo, in questo senso, due sottocategorie più o meno simili per densità, ma opposte per atteggiamento: quella di coloro che dedicano pochissimo tempo allo studio, (a volte perché se ne fregano, altre perché non ne hanno bisogno) e quella di coloro che impiegano una quantità di ore esorbitanti.

In entrambi i casi non significa, per inciso, raggiungere buoni o cattivi risultati. Vi sono, infatti, quelli che se ne fregano ma, alla fine, se la cavano sempre, seppur con risultati inferiori rispetto alle possibilità; e pure quelli che, pur passando ore e ore sui libri, ottengono risultati comunque scarsi o insufficienti. 

impara un metodo di studio efficace
Vi è poi la terza categoria, decisamente minore, di coloro che bene equilibrano tempi di studio, sport, amici e divertimento, perché hanno adottato un efficace metodo di studio supportato da un’adeguata organizzazione della giornata -che è poi l’obiettivo che aiutiamo a raggiungere nei nostri corsi.

Inutile dire che il mio lavoro si sostanzia più frequentemente con le prime due sottocategorie e, molto più raramente, con la terza.

La prima cosa che mi fa riflettere in questo senso, è il parossistico aumento, negli ultimi anni, della categoria di coloro che, a prescindere dai risultati, passano sui libri molto più tempo di quanto necessiterebbe; tanto che la scuola finisce per assumere un peso specifico tale da occupare la quasi totalità della loro esistenza, con conseguente precipizio del benessere e, quindi, possibile compromissione del loro futuro scolastico.

Come dico sempre a coloro che frequentano i miei corsi, genitori e insegnanti compresi: studiare è assolutamente importante, fondamentale, ma non di più o di meno di incontrare un amico, fare sport, giocare, etc. Se tutte queste attività non riescono ad avere una loro sana armonia, rischiamo di far pagare ai nostri ragazzi un prezzo importante, anche in termini di successo, che non si misura solamente nell'arrivare ad occupare chissà quale scranno della piramide sociale, ma nell'equilibrato benessere che la nostra vita esprime.

Incontro ogni giorno in studio manager e dirigenti che, pieni di ansie e stress, comprerebbero volentieri quel “tempo libero” che nemmeno i soldi possono comprare -si legga, ad esempio: “Open”, la struggente autobiografia di Andre Agassi, per comprendere il costo che spesso ha il successo privo di armonia esistenziale.

Come, dunque, fare coesistere in armonico equilibrio mondo della scuola e mondo della vita?

Ovviamente ogni caso fa caso a sé e, proprio nei nostri corsi, cerchiamo di individuare la misura necessaria per ogni singolo caso, che dipende da diverse variabili: capacità del soggetto, richieste della scuola, contesto di vita generale, supporti disponibili, etc. Ciò detto, esistono alcune regole di base che, se rispettate, danno già il loro positivo contributo.

Il primo livello di attenzione, l’abbiamo già sottolineato, riguarda possedere un buon metodo di studio, ovvero aver accumulato (consapevolmente o meno) un certo bagaglio di strategie e tecniche, tale da rendere efficace il rapporto tra sforzo e risultato.

Sapere se il tuo metodo di studio può dirsi efficace è fin banale: se senti di fare troppa fatica, se studi molto senza ottenere adeguati risultati, se litighi spesso per la scuola, se ti senti in colpa o non all'altezza… allora, con grande probabilità, qualcosa nel tuo metodo non funziona. Per coloro che possiedono un buon metodo di studio, infatti, la scuola, l’università, funzionano come un orologio: ci possono essere alti e bassi, il meccanismo, come quelli a molla, si può a volte fermare, ma poi basta dargli una ricarica e tutto si rimette in moto come prima.
L’altro elemento cardine è l’organizzazione.
La capacità di organizzare i propri impegni, misurandoli con sapienza e accortezza, affinché ognuno abbia il giusto spazio, è una dote importante che se non si è appresa nel tempo (come accenno nell'articolo: “Questi compiti s’hanno da fare?”), può essere frutto dell’applicazione di adeguate strategie. Quel che certo, è che non può mancare.

Oltre queste macro attenzioni, dalla struttura troppo complessa per poterle qui adeguatamente delucidare, ve ne sono altre più semplici e di immediata applicazione.

La prima di queste è il tempo che dedichiamo ad ogni sessione di studio. Ne abbiamo già parlato diffusamente nell'articolo “Il fabbricante di pause”. Ci limitiamo dunque a ricordare che il nostro cervello, per quanto ci si sforzi, non riesce a stare davvero concentrato per più di 30/40 minuti, per questo è fondamentale programmare, timer alla mano, cicli di lavoro di questa durata con una pausa di 10 minuti tra un ciclo e l’altro.

Vi è poi il tempo generale che, se ben strutturato, non dovrebbe superare le due, massimo tre ore giornaliere per gli studenti delle scuole medie superiori (specie i licei), cinque ore per gli universitari (distribuite, laddove non c’è lezione, tra mattina e pomeriggio), un’ora, massimo due, per gli studenti delle medie inferiori e massimo un’ora per la scuola primaria.

Ovviamente si tratta di parametri che vanno misurarti caso per caso, ma credo sia importante avere a mente degli standard di adeguatezza per capire se e quanto li stiamo sforando e riflettere se è il caso di porvi rimedio.


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Chiunque sia dotato di un sistema cerebrale minimamente funzionante, sa che per capire un concetto bisogna anzitutto acquisirlo e che uno dei modi efficaci per farlo è ascoltare qualcuno che ce lo spiega.

Eppure, uno degli errori più ricorrenti che, durante i miei corsi, riferiscono bambini, ragazzi e giovani universitari che desiderano migliorare il loro apprendimento, è proprio legato alle difficoltà di ascolto, nel senso che in aula non riescono ad ascoltare, non ascoltano o, bene che vada, ascoltano male.

Nei processi di apprendimento intenzionale applichiamo per lo più tre tipi di memoria: quella visiva, quella auditiva e quella cinestesica. Ognuno di noi, per esperienze e costituzione, privilegia poi una di queste ma, di fatto, non solo le usiamo tutte e tre, ma dovremmo imparare a sfruttarle tutte e tre, per aumentare la nostra performance (non a caso, nel nostro corso condividiamo diverse tecniche in questo senso).

Ciò detto, capite bene che saltare a piè pari una di queste modalità o comprometterle, qualsivoglia sia la motivazione, riduce fortemente la possibilità di apprendere o, per bene che vada, aumenta decisamente i tempi di studio: uno su tutti quello casalingo, dove troppi studenti passano molto più tempo di quanto necessiterebbe, a discapito della loro felicità (quando non della loro salute) e, quindi, del loro impegno scolastico -studenti che si mordono la coda.

La domanda che delucida questo concetto e che spesso riporto ai miei corsisti è la seguente: “Potreste pensare di studiare la caduta dell’impero romano senza aprire e leggere il libro di storia?”, a parte i casi disperati che mi rispondono “Sì”, ovviamente non è possibile. Solo che in questo caso l’impossibilità ci sembra scontata, mentre non ci sembra altrettanto scontata quando eviriamo o compromettiamo l’ascolto nei nostri processi di apprendimento.

Lavora, in questo senso, l’immagine ottocentesca delle “sudate carte”, con il povero studente chino su tomi di libri, mentre la sua vita scorre senza gioie.

impara un metodo di studio efficaceQuesta immagine, che ha influenzato generazioni e generazioni di studenti, non solo è triste, ma è anche falsa e la scuola per prima (ne fosse a conoscenza) dovrebbe combatterla. Essa, infatti, riferisce un modello centrato sulla apprendimento visivo, in particolare visivo-verbale, ma esclude il fatto che, per apprendere, sia importante anche ascoltare e muoversi (vedi il post: “La memoria vien correndo”).

Qualche tempo fa, in un’intervista, Paola Mastracola, insegnante e scrittrice, che pure stimo e con cui non di rado concordo, definiva così la pratica dello studio: “Quella cosa particolarissima per cui uno sta fermo per ore e ore, chiuso in casa, seduto e, possibilmente, solo, a fare una cosa che non si vede e che, apparentemente, è veramente del tutto inutile: cioè fare entrare parole nella mente, in modo che poi uno le sa e non ha più bisogno di supporti.”.

Nooooooooooo!!!!!

Ecco distrutte in cinque righe decenni di ricerche neuroscentifiche.

C’è, infatti, nell'affermazione della Mastracola, tutto quello che uno studente, secondo ciò che ad oggi sappiamo sul funzionamento del cervello, non dovrebbe fare: “stare fermo” (evirando la memoria cinestesica, senza contare che le ricerche ci indicano che studiare in movimento aumenta notevolmente la memorizzazione); “per ore e ore” (i tempi dello studio dovrebbero essere ripartiti per step da 30/40 minuti e mai per ore e ore affaticando inutilmente il cervello); “chiuso in casa” (l’ossigenazione e la luce naturale sono fondamentali, tanto che sarebbe assolutamente più efficace studiare all'aperto); “seduto” (studiare in piedi è più efficace perché aumenta la concentrazione); “possibilmente solo” (studiare in gruppo o almeno in due -cooperative learning- favorisce lo scambio delle informazioni); “a fare una cosa che non serve” (mancava solo il venir meno della motivazione, che è un altro tassello fondamentale dell’apprendimento); e, per finire in bellezza: “non ha più bisogno di supporti” (mentre il supporto informatico diviene sempre più determinate per collocare le informazioni e lo studente può ampliare a dismisura il suo sapere, poiché la logica non è più quella di incamerare informazioni ma sapere come e dove andarle a cercare).

E striamo parlando di una valida professoressa di liceo, come sa chi ha letto i suoi libri. Tuttavia, come bene si evince, emerge ancora quell’immagine depressa e deprimente dello studente sulle sue “sudate carte”.

E, in effetti, questa immagine è tanto potente che, chiunque senta la frase: “Devi studiare”, subito ad essa ricorre, mentre a nessuno allo stesso richiamo sorge l’immagine di uno studente sorridente che in aula ascolta il docente che spiega.

La questione, dunque, è proprio questa: nelle nostre menti raramente studiare è associato ad ascoltare. L’ascolto, mediamente quello cui partecipiamo dai banchi di scuola, è per lo più pensato come un momento in cui qualcuno, che la sa più lunga di noi su un determinato argomento, ce lo delucida.

La tragedia è che, questa distorsione, è spesso propria anche di molti insegnati che, se sapessero davvero e fino in fondo che, mentre spiegano, i loro studenti stanno studiando (o potrebbero studiare), adotterebbero tutt'altro modo di fare lezione (ad esempio la teatralità -non a caso il lamento più ricorrente dello studente che non ascolta è perché si annoia e/o perché si distrae),

Un buon metodo di studio deve quindi necessariamente prevedere l’ascolto, non come momento passivo di delucidazione dei contenuti, ma come momento attivo, parte integrante dello studio: Come farci meglio ascoltare dagli studenti, come meglio e più efficacemente ascoltare i docenti, quali tecniche e strategie ci aiutano in questo senso, è uno dei vari temi che trattiamo nel nostro corso.




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“Qual è la cosa che ti piace di più. La cosa che, potendo, non smetteresti mai di fare?”.

Sottopongo spesso le persone che si affidano alle mie cure a questo piccolo test la prima volta che le incontro. Una domanda che, ovviamente, non ha alcun intento diagnostico (e non lo vuole avere), ma le cui risposte, come potete intuire, possono essere foriere di tante interessanti riflessioni.

Ci sono, ad esempio, coloro che non sanno che dire perché nulla li entusiasma, o quelli che non sanno che dire perché, al contrario, troppe cose li appassionano e faticano a scegliere. Ci sono poi le risposte che sottolineano le tendenze di un’epoca. Quelle che, invece, caratterizzano l'età dell’interrogato e quelle che ne divergono proiettandolo in un altrove anagrafico. Oppure ci sono le risposte bizzarre, che meritano una loro considerazione a se stante per la loro irrilevanza statistica… Insomma, ogni restituzione abbozza un mondo (quello del curato) e stimola il flusso di un disegno a me fondamentale per poterli al meglio aiutare.

Nel corso degli anni ho potuto così stilare una piccola classifica misurando le corrispondenze tra queste tendenze e la capacità del soggetto di rendere efficaci gli stimoli terapeutici, abbassando le resistenze e favorendo il cambiamento.

Stravince, tra tutte le possibili risposte, quella di coloro che hanno un rapporto di autentico godimento e profonda interazione con l’arte, disposizione che però riguarda un numero davvero esiguo di persone; mentre risulta statisticamente più rilevante e non meno efficace chi matura questo rapporto con una particolare porzione del grande contenitore “Arte”, ovvero quella della narrativa.

Uscire dalla relazione prettamente estetica, storico-critica o contemplativa con l’arte, per acquisirne i profondi benefici esistenziali cui rimanda, è -infatti- passaggio assai complesso, cui difficilmente si giunge senza il supporto di un percorso specifico. La narrativa, invece, per sua naturale caratteristica, trascina più facilmente il lettore in quegli stessi anfratti in cui l’arte dispone i suoi intrugli medicamentosi.

Non che i non-lettori siano destinati a fallire nella relazione educativa, per carità (i nostri interventi hanno una media di successo attorno all’87% lettori o non lettori che siano) ma, senz'altro, questa mia piccola personale indagine, racconta che i lettori hanno diverse chances in più per uscire vittoriosi dal loro malessere o, comunque, per uscirne più in fretta.

Per chi ha potuto riflettere sui significati profondi della narrativa non sarà certo una sorpresa. Già Umberto Eco marcava la profonda differenza tra “un lettore” è “Il Lettore”: il primo consuma le pagina per passatempo, il secondo si porta per sempre incise nella schiena le pugnalate inflettigli dal Bruto shakespeariano -figurarsi il non lettore.
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Questi segni che la narrazione sa lasciare nel Lettore con la “L” maiuscola (colui che partecipa attivamente ai drammi e alle gioie della trama, tanto da con-fondersi in essa), costituiscono una vera e propria mitobiografia: un surplus di esistenza e di esistenze pseudovirtuali che si aggiungono alla vita, per così dire, «reale» e ne espandono le esperienze emotive, visive, mnemoniche, oltre i limitati spazi del corpo fisico.

Leggere, in questo senso, non è dunque solo un piacere dei sensi, un piacere estetico, ma la possibilità profonda di evadere la nostra esistenza oltre i confini dello spazio e del tempo, del possibile e del reale. Grazie alla lettura posso naufragare su un’isola deserta e imparare, come Robinson Crusoe, a gestire le fatiche della sopravvivenza; posso attraversare le galassie a bordo dell’Arkadia di Isac Asimov, perdere la vita in un carcere del Kansas insieme al Perry Edward Smith di Truman Capote, o con l’Achille di Omero nella guerra di Troia.

Questo surplus di vita, che la “vita reale” non sarà mai in grado di restituire, costituisce (come immagino sia facilmente comprensibile) un patrimonio inestimabile di opportunità strategiche, di capacità risolutive, di alternative efficaci, tanto più valide in quelle situazioni in cui, per diversi motivi, incontriamo un ostacolo, inciampiamo, finiamo in una delle tante possibili buche che la vita ci riserva e, allora, da lì, dobbiamo ingegnarci per costruire un qualche tipo di scala che ci permetta di tornare in superficie o, come nel caso della lavoro di aiuto alla persona, dobbiamo sfruttare adeguatamente le scale che chi ci aiuta costruisce per noi, affinché si possa tornare a riprendere il cammino del benessere.

Come molti studi hanno testimoniato, leggere non è semplicemente un’attività che stimola la nostra immaginazione o le nostre emozioni, così come riduttivamente si tende a credere. La risonanza magnetica funzionale del cervello ha evidenziato come, durante la lettura, diminuiscono i picchi di stress e aumenta la condizione di relax, con una percentuale addirittura superiore all'ascolto della musica o al camminare.

Se, invece, leggiamo una metafora che in qualche modo si riferisce ad esperienze tattili, ecco che si attivano le stesse regioni del cervello che sono implicate quando tocchiamo realmente qualcosa.

Stessa cosa accade con le aree del cervello deputate a produrre i processi empatici e la cosiddetta “intelligenza emotiva”, amplificando quella “teoria della mente” che è alla base della nostra capacità di intuire e capire gli stati mentali altrui.

Insomma, leggere aumenta le connessioni tra varie regioni del cervello, con un effetto che dura addirittura diversi giorni. Il cervello di un lettore sottoposto a risonanza magnetica funzionale in fase di non lettura, mostra, infatti, un aumento della connettività del lobo temporale sinistro (area associata al linguaggio), ma anche nel solco centrale che separa la corteccia motoria da quella sensitiva, il che ci fa forse comprendere perché con tanta facilità finiamo per entrare in sintonia con i protagonisti delle storie in cui siamo immersi.

In molti dialetti lombardi e alcuni emiliani il significato di "pirla" rimanda all'idea di trottola (cioè qualcuno che gironzola senza scopo) e, in effetti, la vita di chi non legge rischia di essere un po' così, magari non proprio senza scopo, ma certo con tante meno probabilità di trovarne uno.

Leggete, dunque e fate leggere i vostri figli. Chi legge, se proprio non campa cent'anni, certo può campare cento e più vite.



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Nel bestiario delle diverse difficoltà, non necessariamente organiche, che pregiudicano l’efficacia dei processi di apprendimento, un posto d'onore è spesso occupato dalla capacità o meno di ogni studente di gestire le pause.

Possiamo sostanzialmente suddividere questi soggetti in tre grandi categorie.

La prima è quella del maratoneta, colui che non fa una pausa manco a sparargli e se ne sta attaccato al libro ore e ore, finché non ha concluso ciò che deve studiare. Questa categoria, non particolarmente numerosa, tende ad aumentare i suoi adepti in prossimità di ogni verifica, esame o interrogazione quando, insane e improduttive full-immersion dell’ultimo momento, illudono lo studente di poter recuperare settimane di pigro fancazzismo o semplicemente placare l’ansia del “non mi ricordo più niente”.

Numerose ricerche hanno dimostrato che questi straforzi dell’ultimo minuto non solo sono inutili, ma anche dannosi per la salute, tanto che, per essere più efficaci, si dovrebbe arrivare al fatidico ultimo giorno senza nemmeno aprire il libro -il che implica una adeguata organizzazione da parte dello studente, ma anche docenti formati che sappiano quanto sia didatticamente insensato non lasciare al discente almeno due settimane di tempo per prepararsi, cosa che sarebbe anche semplice se si soprassedesse all'ideologia esclusivamente punitiva delle interrogazioni a sorpresa a favore di quelle programmate.

La seconda categoria è quella, più che ben rappresentata, del cazzaro: colui che fa più ore di pausa che minuti di studio, quello che arriva all'ultimo minuto pensando che poi, semplicemente posando la testa sul libro, le nozioni passino per magica osmosi nel suo cerebro. A vero dire a questa categoria non sempre corrisponde un atteggiamento volontario, come potrebbe tradire il nome; a volte si tratta più semplicemente di studenti che, per vari motivi, presentano un difetto nella capacità di concentrazione, ma il risultato finale (laddove non si operi per migliorare tale lacuna) è comunque lo stesso.

La terza categoria è quella, per mia statistica meno frequentata, che dà il titolo a questo articolo: il fabbricante di pause, ovvero colui che scientemente studia e programma le pause da fare.

Quest'ultima è la categoria che maggiorante ci interessa, perché qui sta una delle più efficaci strategie per studiare bene: fare pause e farle sensate.

impara un metodo di studio efficace
Infatti, se la categoria del cazzaro che, per diversi motivi, naviga nel multiverso della pause, virando da una distrazione all'altra, è evidentemente disfunzionale ad una buona pratica di apprendimento, non diversamente lo è, come abbiamo accennato, la categoria apparentemente più adeguata del maratoneta.

Insomma, qualsivoglia estremismo è a rischio di disfunzione, quando non tracima addirittura nel patologico, e non difettano questi esempi.

In verità le pause sono fondamentali per costruire un buon metodo di studio (come per altro qualsiasi attività). Il problema è che, spesso, sono affidate al caso, cosicché -nella migliore delle situazioni- finiamo per fare pausa quando siamo stanchi, il che significa aver già compromesso la nostra efficacia.

I più virtuosi tra gli studenti con cui ho avuto la possibilità di lavorare, mi dicono: “Ma io mentre studio non mi stanco”. È vero, lo studente abituato, spesso non sente come il maratoneta la stanchezza. Peccato però che poi, a fine percorso, se non ha usato ben le sue energie, bisogna raccoglierlo con il cucchiaino.

Un esempio eclatante è stata la maratona femminile delle Olimpiadi di Londra 2012, vinte dall'etiope Tiki Gelana sulla keniota Florence Kiplagat che, in testa fino agli ultimi 5 km, forzava eccessivamente il ritmo, tanto che un crollo fisico la farà giungere al 20° posto.

Nella maratona, come nella vita, non vince solo colui che ha una condizione migliore, ma chi la sa gestire al meglio, calibrando le proprie energie. 
E per lo studio come funziona?

Per quel che concerne lo studio dobbiamo anzitutto sapere che il cervello umano, fosse anche quello del classico secchione che prende sempre il massimo dei voti, ha un tempo di concertazione che si aggira attorno ai 40/45 minuti; dopo quel tempo la sua attenzione inizia inevitabilmente a declinare e, come il maratoneta, se forza oltre quel muro, rischia solo di produrre inutile stanchezza -ogni buon docente dovrebbe saperlo e tarare le sue lezioni su questa ritmica.

La mia esperienza tuttavia mi dice che non sono molti gli studenti che riescono a tenere 45 minuti di concentrazione (di concentrazione vera!! Non a caso nel mio percorso dedicato a rendere efficace il metodo di studio -scoprilo qui- dedico una parte sostanziale proprio alle strategie per migliorare i tempi di concertazione). Stare 45 minuti incollati al libro, immersi nei suoi contenuti, non è, insomma, roba sa tutti. E' allora, anzitutto, importante sapere qual'è il nostro Punto di Disattenzione, dove -appunto- la nostra concentrazione cede. 

Farlo è semplicissimo ma, chissà perché, come molte delle cose semplici e fruttuose, pochi lo fanno. 

Prendete allora un cronometro (molti smartphone ne hanno uno già preinstallato), avviatelo mentre chinate la testa sul libro e cercate di restare il più a lungo possibile immersi nello studio; quindi, quando risolleverete la testa, come emergendo dalle profondità marine, arrestate il cronometro. Sono passati cinque minuti? Dieci? Trenta? Questo è il vostro Punto di Disattenzione. 

Attenzione. E' bene sapere che non basterà una sola rilevazione. Affinché il punto di disattenzione sia il più preciso possibile, monitoratevi per una settimana e segnate tutte le misurazioni: la media dei risultati si avvicinerà maggiormente alla vostre reale capacità.

Conoscere questo dato è fondamentale e vi permetterò, da qui in poi, di non andare più a caso. 

Prima di iniziare a studiare potrete, infatti, settare un qualsiasi timer (anche in questo caso molti smartphone ne hanno uno già preinstallato), esattamente sul vostro Punto di Disattenzione, sapendo che, quando suonerà, sarà il momento giusto per fare una pausa.  

A questo punto molti studenti mi chiedono, ma se è bene non superare i 45 minuti, qual'è il tetto minimo sotto il quale non dovremmo andare?
Gli studi ci dicono che studiare diventa più efficace se riusciamo a stare concertati per almeno 25 minuti. Ciò detto, qualsiasi siano i nostri tempi, ora abbiamo un grande vantaggio: conosciamo il nostro limite e, partire da quello, possiamo allenarci per migliorarlo.

Come? Semplice. Per ogni sessione di studio, aggiungi al timer 1 minuto oltre il tuo limite. Monitorati, però e non ti forzare troppo. Meglio fermarsi qualche giorno per consolidare un risultato che strafare. Vedrai che, se bene ti alleni, in poco tempo raggiungerai risultati sorprendenti. 

Una volta che hai conquistato un buon tempo di concentrazione non inferiore ai 25 minuti e non superiore ai 45, puoi quindi concederti una pausa per ogni step realizzato.  

Anche qui è bene non lasciare questo tempo al caso. Si è infatti osservato che, se il cervello ha bisogno di fare pausa, la concentrazione deve essere rinfrescata, non mandata in vacanza. Il tempo corretto di ogni pausa, affinché abbia la funzione di volano che risani e fortifichi la concentrazione, deve variare tra i 5 e i 15 minuti.

In questo lasso, non state seduti: fate due passi, bevete, guardate fuori dalla finestra cercando l'orizzonte, sgranchitevi (in un prossimo articolo ne illustrerò l'importanza) ma, soprattutto, non affaticate il vostro cervello con videogiochi, televisione o quant'altro, inutile dire quanto sarebbe controproducente. 




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Avete presente quando vostro figlio/a sta giocando a qualche videogioco, guardando il suo programma, cartoon o serial TV preferito o qualsivoglia altra attività lo ecciti e coinvolga, e voi lo chiamate ma questi pare non ascoltarvi, anzi, diciamocelo pure: non vi ascolta proprio, è in un altrove, completamente immerso e perso, preso con ogni suo neurone dall'attività che sta svolgendo.

In queste occasioni voi pensate, rivolgendo lo sguardo a qualche divinità: “Ma perché non riesce a stare concentrato cosi anche quando studia?”. Già perché?

Partiamo anzitutto dal fatto che avete ragione: quello che osservate è un momento di grazia, vostro figlio/a (che magari quando studia non si capisce se c’è o ci fa) sembra essersi trasformato in un super campione di "Rischiatutto", tanto è attento, sul pezzo, reattivo, cognitivamente settato per cogliere ogni minuto particolare (per inciso, la cosa -apparentemente- più strana è che tale stato di grazia riguarda proprio tutti, ma tutti tutti, anche quei bambini e ragazzi che normalmente a scuola hanno grandi difficoltà e per farli stare fermi davanti ai libri ci vorrebbe qualche esperto di bondage).

Di fronte a tale evento miracoloso, credo però che dovremmo porci una domanda diversa. Non: “Perché mio figlio/a non riesce a stare cosi concentrato quando studia?”, ma: “Perché la scuola non è così coinvolgente?” e poi: “Come possiamo fare affinché lo diventi e la pratica dello studio si avvicini almeno un poco a tale divina concentrazione?”.

Sono queste le domande che, chi come noi si occupa di migliorare le pratiche e le strategie di apprendimento, si pone ogni giorno -purtroppo spesso le stesse domande non se le pongono insegnanti e istituzione scolastica, ma questa è un'altra storia... sic.

Dallo studio di questi fenomeni, attraverso il monitoraggio della condizione fisiologica generale e l'utilizzo di tecnologie di neuroimmagine in grado di misurare il metabolismo cerebrale, emerge, ad esempio, che quando siamo immersi in un’attività coinvolgente, tanto da non accorgerci del tempo che passa, due condizioni si presentano: una basso livello di ansia e un basso livello di noia.

impara un metodo di studio efficaceAnsia e noia sono, dunque, delle specie di virus che danneggiano la nostra capacità di coinvolgimento e, quindi, di concentrazione -non a caso nelle situazioni di disagio scolastico interveniamo anzitutto sulla regolazione dei livelli di ansia o di noia, attraverso appropriate tecniche e strategie.

Tuttavia, se osserviamo i nostri ragazzi mentre sono impegnati in queste attività, altre cose ci saltano all'occhio.

Immaginiamoli catapultati in un videogioco...

La prima cosa che possiamo notare è che il coinvolgimento è direttamente proporzionale all'estraniarsi da problemi e pensieri. Impegnati nell'uccidere un mostro o guidare la propria squadra virtuale alla vittoria, i nostri ragazzi sembrano dimentichi di tutto (e spesso è per questo che vi si attaccano come arselle, non solo perché è divertente, ma perché quella situazione li seda, non li fa pensare ad altro –ad esempio alla loro penosa situazione scolastica).

Affinché questa sedazione, questa specie di ipnosi (che sarebbe tanto produttiva se applicata allo studio) abbia luogo, è necessario che il soggetto, come nei videogiochi, abbia ben chiaro l’obiettivo da raggiungere. E’ importante però che, tale obiettivo, non sia troppo difficile da scoraggiarlo, facendolo eccessivamente sostare nella condizione della sconfitta (a volte tanto dolorosa da decidere di smettere di giocare); ma nemmeno così semplice da far perdere la bellissima tensione della sfida che, poi, al suo traguardo, restituisce preziose iniezioni di autostima (non c’è studente, per quanto se ne freghi della scuola, che non gongoli quando prende un bel voto che si è conquistato).



Così, conseguentemente, più superiamo sfide, più avanziamo e, livello dopo livello (nel nostro videogioco, come in ogni cosa della vita), aumentiamo le nostre sicurezze, in un bellissimo cortocircuito in cui, più ci sentiamo sicuri, più accresce, parallelamente, la nostra capacità di affrontare traguardi sempre più difficili, con la voglia di fare e dare il massimo.

Ecco dunque la ricetta che ognuno può raggiungere e tanto più i nostri ragazzi con il loro cervello così plastico e in evoluzione: avere ben chiaro l’obiettivo, fare in modo che tale obiettivo non sia né troppo difficile, né troppo facile, essere sicuri di sé, estraniarsi dai problemi e dalle preoccupazioni.

Oggi tutto questo è possibile e senza ricorrere a pratiche di stregoneria.

Infatti, le attuali conoscenze che abbiamo sul funzionamento del cervello, ci consentono di mettere a punto, caso per caso, una serie di mirate strategie che intervengono a livello cognitivo, posturale, percettivo, relazionale e alimentare aumentando infinitamente le nostre possibilità di performance.




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Dire che siamo animali strani non rende appieno l'idea di tale stranezza e di come il paradosso guidi, più spesso di quanto immaginiamo, non solo le nostre scelte, ma persino le nostre funzionalità più basiche.

Siamo talmente strani che più scopriamo di noi e del nostro modo di sopravvivere in questo ospitale pianeta, più comprendiamo quanto (spesso) sia vero il contrario di tutto ciò in cui finora abbiamo creduto e che (pure) ci ha consentito di fare grandi progressi e conquiste, così da farci credere che le nostre ipotesi fossero esatte, quando invece semplicemente funzionano, hanno funzionato... almeno fino al punto da condurci sino qui dove siamo.

Tuttavia, oggi più che mai, la gran parte delle discipline che indagano e manipolano l’umano e i suoi confini, stanno giungendo alla conclusione che per andare oltre il punto cui siamo arrivati è necessario formulare altre ipotesi, poiché i vecchi paradigmi paiono non essere più in grado di spiegare la realtà che si produce sotto i nostri occhi.

Per fare un esempio che stia nel solco di questo articolo, nel corso delle nostre ricerche e dei nostri studi, abbiamo più volte potuto osservare e poi sperimentare in ambito clinico, quanto il procedimento logico e razionale si riveli per lo più disfunzionale alla soluzione di molte delle fatiche psichiche che ci attanagliano e che, per così dire: l’uso della ragione spesso ci consegna più fregature che benefici.

impara un metodo di studio efficaceEppure siamo diventati umani sviluppando un'area del cervello che abilita proprio il super potere della ragione; area che quando è presente in altri viventi (come nei nostri più vicini scimpanzé), lo è in forma decisamente depotenziata.

Si tratta della cosiddetta "corteccia frontale ventrolaterale" e, in particolare, all'interno di questa, il "polo frontale laterale" che nell'homo sapiens sapiens sembrerebbe assolvere, in maniera unica, alcuni compiti come quelli deputati alla pianificazione strategica, al processo decisionale o al "multi-tasking".

Un’area del cervello che, a differenza delle altre, non ha legami con gli aspetti corporei o con la realtà esterna, ma fluttua in un ambiente puramente neurale, e forse per questo è capace di azzardate astrazioni e produzioni di immagini proprie, distinte da ciò che che ci circonda.

Tuttavia, questo super potere che ci ha reso capaci di gradi imprese, in molti casi ci impedisce di vedere quanto le soluzioni siano altrove, magari proprio in alcune di quelle abilità più basse che condividiamo con gli altri animali.

Questo racconta, a mio avviso, una recente ricerca pubblicata sulla rivista "Journal of Neuroscience" in cui un gruppo di scienziati ha scoperto cosa avviene quando cerchiamo di concentrarci.

Si tratta di una scoperta per noi molto importante, poiché nei nostri percorsi in cui insegniamo, a studenti di tutte le età, le più efficaci strategie per apprendere, un posto d'onore è riservato proprio alla condivisione delle tecniche di potenziamento della concentrazione -anzitutto per combattere il suo contraltare: la distrazione, forse il più grande "maleficio" che ogni giorno ci regala la società dei consumi in cui viviamo (la "distrattite", infatti, colpisce un tal numero di studenti che la comunità medico scientifica ha più o meno dovuto "inventarsi" una serie di patologie -Dsa. Adhd, etc per giustificare un così elevato numero di soggetti che, in un modo o nell'altro, faticano a tenere un adeguato focus attentivo -per inciso, questo non significa che non esistano disturbi dell'apprendimento o da deficit dell'attenzione, ma che forse dovremmo guardare più a largo raggio e non risolvere troppo facilmente un problema così diffuso attribuendo al portatore del sintomo tutte le cause del sintomo.

Come spieghiamo nei nostri corsi, al fine di migliorare le capacità di apprendimento, è anzitutto determinate distinguere due diverse tipologie di distrazione: una benefica, cui il cervello è normalmente sottoposto e che è necessario sfruttare a nostro vantaggio, e una malefica, da cui dobbiamo assolutamente liberarci.

Quest'ultima la conosciamo benissimo tutti. Generalizzando potremmo definirla “la distrazione del desiderio”, disturbo che ci devia dalla situazione su cui dovremmo essere concentrati richiamando alla mente cose più piacevoli, meno faticose e che tanto si amplifica quando un richiamo esterno la sollecita -ad esempio ogni qual volta giunge il suono (deleterio) di un nuovo messaggio sul cellulare.

È, per intenderci, quella distrazione che colpisce ogni studente che non riesce a tenere gli occhi su un libro per più di cinque minuti, ma che -chissà come- è capace di passare ore concentrato sul tablet, magari seguendo le minute istruzioni di un gioco di ruolo cui è appassionato. Ecco, è la distrazione che si attiva quando manca il piacere -ma che, tuttavia, possiamo controllare utilizzando adeguate soluzioni.

La distrazione benefica è, invece, il tema di questa nuova scoperta neuroscientifica che dimostra perché alcune tecniche che adottiamo per aumentare la concentrazione siano così efficaci.

Pare, infatti, ci sia una certa area del cervello che si attiva per predisporci ad evitare di distrarci durante l'esecuzione di una attività. Si tratta, nella fattispecie, della corteccia medio-frontale destra, i cui meccanismi cerebrali sembrerebbero dedicati a filtrare gli stimoli per così dire “irrilevanti” che giungono ai nostri sensi mentre siamo impegnati in un compito che richiede la nostra concertazione.

L'aspetto interessante che hanno individuato i ricercatori è che proprio quando gli stimoli estranei si fanno più frequenti e rilevanti che l'area si attiva più velocemente e con maggiore efficacia. Potremmo dire, insomma, che più sono disturbanti i segnali estranei all'attività che richiede la nostra attenzione, più si attivano meccanismi capaci di escludere questi segnali stimolando quindi la concentrazione stessa.

Il cervello, dunque, sembrerebbe concentrarsi tanto più velocemente e con maggiore efficacia quanto più frequenti sono presenti condizioni distrattive divergenti dalla attività principale.

Questo non significa, ovviamente, che aumenterò la mia concentrazione se studio l'ultimo capitolo di storia mentre contemporaneamente gioco alla play-station o chatto con chicchessia su whatsapp. Queste sono, invece, le distrazioni malefiche da eliminare.

Si tratta, invece, di applicare precise e adeguate tecniche che questa nuova scoperta pare certificare, dimostrando che il miglior modo di concentrarsi è imparare a distrarsi bene, paradosso che, una volta in più, racconta dello strano animale che siamo e di quanto cammino ancora abbiamo da compiere per conoscerci veramente.

 Imparo a imparare

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La mamma di Mirko e Fabiola (6 e 7 anni) mi racconta che lo scorso weekend il loro telefono cordless superdigitale è passato improvvisamente a miglior vita. Così, per non restare isolati durante il fine settimana, il papà si è ricordato di avere un vecchio telefono in soffitta, di quelli ancora con la ghiera di plastica per comporre il numero. Detto fatto, il telefono viene istallato tra la curiosità dei bambini di fronte a quel reperto paleolitico e la voglia di provarlo e raccontare ai nonni l'accaduto. Il primo che ci prova è Mirko, il più grandicello... niente da fare: "Papà, non funziona questo coso," dice. Allora è il turno di Fabiola, ma... niente: altro insuccesso. Dopo diversi tentativi, i genitori divertiti decidono di intervenire spiegando ai bambini che per comporre il numero non bisogna schiacciare, ma infilare il dito nel buco e ruotare la ghiera.

Nati digitali privi di problem solving?

La questione è più seria di quanto l'episodio non riveli. Mirko e Fabiola sono due bambini super intelligenti, due di quei bambini le cui gesta potreste sentire narrare la mattina in qualsivoglia bar limitrofo a una scuola in cui mamme e papà si radunano per il caffè dopo aver accompagnato i loro pargoli.
"Oh, dovevi vedere il mio Paolo ieri!" (commozione).
"Che ha fatto, tesoro?" (curioso stupore).
"Da non credere. Sono in cucina, sento dei rumori in sala, vado a vedere e non aveva mica acceso il computer, entrato in internet e stava guardando il suo cartone preferito su youtube?!".
"Un genio!!" conclude in visibilio l'amica, "Chissà quando diventerà grande.".

A parte consigliare alla mamma in questione di essere un po' meno eccitata e un po’ più preoccupata se il figlioletto accede così facilmente alla rete (secondo Telefono Azzurro un bambino su tre si collega a internet da solo); è necessario aggiungere con forza che Paolo, Mirko, Fabiola e tutti i cosiddetti "nativi digitali" e “mostriciattoli” simili (ad esempio i "bambini indaco", loro dirimpettai esoterici), non sono affatto dei geni o, meglio: lo sono (e lo potranno essere) esattamente come i loro coetanei di trenta, cinquanta o cent’anni fa -anche se, forse, a differenza dei loro antichi pari, corrono un rischio: l’etichetta dell’aspettativa.

un metodo di studio efficace
Era appena iniziato il nuovo millennio (2001) quando Mark Prensky coniò, in due fortunate pubblicazioni, il termine di “Digital Native” (nativi digitali) e “Digital Immigrants” (migranti digitali), ovvero coloro che sono nati in un tempo in cui Internet & Co. iniziavano a dilagare (più o meno il 1985) e coloro che, nati precedentemente, arrivano dal mondo analogico e verso il digitale devono migrare.

Il concetto, insomma, è che l’avvento di internet e dei suoi afferenti avrebbe creato due gruppi sociali distinguibili su base anagrafica i quali dovrebbero differenziarsi non solo per capacità e modalità d'uso di queste tecnologie, ma anche per il loro sistema neuronale e cognitivo plasmato (al rialzo) dall'uso delle tecnologie stesse.

Ecco quindi compiuto l’assioma: i nativi digitali sono cognitivamente migliori dei loro passati coetanei e, quindi, dei loro padri. Dei geni, insomma, che già a 3 anni sanno accedere a YouTube (e poco dopo a YouPorn). Fa niente se poi, davanti a un telefono con ghiera, finiscono per fare la figura di un decerebrato, se paiono mancare di capacità pragmatiche e di problem solving perché assuefatti a schiacciare un bottone affinché si compia il miracolo di qualsivoglia soluzione.

I figli del digitale non sono dunque dei geni (smettiamo di pensarlo, sarà un bene soprattutto per loro). Essi rispondono compiutamente agli stimoli di una società ricca di opportunità (anche alimentari, per dirne una) che nutre e mette in moto particolari aree del cervello ma che corre il rischio di privarne altre se, appunto, non facciamo lo sforzo di aiutare questa generazione ad uscire dall'isolamento delle tecnologie quale unico (o quasi) contenitore esperienziale.

Quando, infatti, si cresce aspettandosi che tutto funzioni schiacciando un tasto (“in tempo reale”), si rischia di perdere di vista la processualitá delle cose, quella che il digitale nasconde in un’algoritmo accessibile solo a pochi adepti, una stringa non smontabile come potrebbe essere una sveglia a ingranaggi o una macchinina a molla. Forse per questo lo strumento tecnologico è spesso oggetto più di consultazione che di produzione, determinandone quindi un uso passivo e acritico che ha poi una forte incidenza anche nella vita reale. 

Le abitudini digitali hanno cambiano e stanno cambiando la nostra relazione con la realtà facendo insorgere nei nostri ragazzi una sempre più diffusa incapacità ad attendere, cui si giustappone un comunicare sempre più frammentato, fatto per lo più di parole d’ordine e scorciatoie, elementi che giungono a influenzare, tra gli altri, la produzione e la lettura di testi, ma anche le relazioni sociali, sempre più consumate nel segno dell’immediatezza.

Forse per questo nelle esclusive scuole della Silicon Valley, quelle frequentate dai figli dei grandi manager di Google, Apple, Microsoft etc., non si tocca un computer, un tablet o uno smartphone prima delle ultime classi scolastiche, mente si abusa di lavagne, gessi colorati, oggetti e materiali per apprendere a esercitare la fisicità e la fantasia.

In un sevizio del New York Times di qualche anno fa, uno dei manager che dalla valle del silicio plasmano il nostro radioso futuro ipertecnologico, dichiarava che l’idea che un tablet potesse aiutare il proprio figlio ad apprendere era semplicemente ridicola, mentre era più facile che minasse le sue capacità di concentrazione -capacità spesso fragilissima in questi "nati digitali", salvo ovviamene quando sono impegnati a combattere in qualche videogame.

Senza contare che, se si va un po’ più a fondo degli slogan utili al merchandising, si scopre che questi "nati digitali" computer e affini non li padroneggiano affatto. Secondo un'indagine dell’Ecdl (l’ente che sovrintende i programmi delle certificazioni informatiche europee) la gran parte dei nativi digitali non possiede competenze informatiche avanzate. Anzi, peggio, forse proprio perché forti del loro esser “nati digitali”, i giovani tendono a sopravvalutare le loro capacità -uno studio del 2015 rivela, ad esempio, che mentre l’84% degli intervistati dichiara di possedere ottime o buone conoscenze del web poi, sottoposi a un test pratico, soltanto il 49% consegue risultati apprezzabili, ma comunque scarsi.

Le nuove tecnologie, ormai non più così nuove, rappresentano una straordinaria evoluzione delle possibilità umane (come scrivevo nel post: “Perché studiamo come fossimo nell'Ottocento?”), pari all'invenzione della ruota, della scrittura, della stampa, del motore a scoppio, etc. Dobbiamo imparare, soprattutto noi adulti, a non demonizzarle (come scrivevo nel post: "Smartphone for the Devil"), ma neanche a sottovalutarne gli effetti deteriori.

E nostro compito, invece, predisporre opportune attenzioni educative capaci di valorizzare gli aspetti evolutivi e costruttivi delle tecnologie digitali, senza perdere di vista le alterazioni che ogni innovazione genera proporzionalmente al suo impatto; valutando -cioè- quanto e come modifica la natura dei nostri interessi (ossia le cose a cui pensiamo), quanto e come riduce o amplifica la struttura e la qualità dei nostri simboli (ossia le cose con cui pensiamo) e quanto e come ridefinisce le relazioni con gli altri e col mondo.

Il lavoro quotidiano con tante famiglie sembrerebbe raccontare che questo compito è disatteso, che le famiglie non sanno come intervenire per valorizzare un uso positivo delle tecnologie e limitarne gli aspetti detrattivi. Una condizione di scarso controllo e dipendenza avvolge, infatti, la vita di tanti bambini e ragazzi compromessi da una caduta verificale di abilità cognitive che il digitale non può sostituire e che, se oggi hanno un loro primo impatto sulla scuola, domani rischiano di incidere sulle opportunità di determinare il loro destino.

Dice Charlie Chaplin che non puoi trovare un arcobaleno se guardi in basso. Questo penso quando vedo tutti quei bambini e quei ragazzi (e, ahimè, tanti adulti) con gli occhi incollati ai vari dispositivi elettronici. Siamo diventati umani conquistando la postura eretta e, da quell'altura, abbiamo potuto vedere l'orizzonte, immaginare che, oltre quel punto laggiù, ci fosse qualcosa, qualcuno che valesse la pena raggiungere, magari solo la bellezza gratuita di un arcobaleno... il futuro.

Ognuno tragga le sue conclusioni.


-------- ALCUNE ATTENZIONI PRATICHE --------

Descriviamo di seguito alcune situazioni che spesso si presentano nel lavoro con le famiglie e che rappresentano un campanello d'allarme, suonato il quale, è forse importante pensare di intervenire con opportune strategie rieducative.

Una delle prime questioni da tenere sott'occhio è il tempo che bambini e ragazzi trascorrono in rete o videogiocando. In linea di massima, quando nostro figlio supera le due ore attaccato a pc, tablet o smartphone è senz'altro il caso di ridurre l'esposizione, sopra le tre ore è consigliabile intervenire. Se poi notate che, addirittura, tende a rimandare altre attività come frequentare gli amici, fare sport, dormire, mangiare o altro, allora è doveroso iniziare a preoccuparsi.

Altra situazione da prendere in esame riguarda
l'aspetto emotivo. Se osserviamo che nostro figlio attende con eccessiva ansia il momento in cui prendere possesso della rete o del viodeogioco, tanto che un possibile ritardo o l'impossibilità di farlo gli provoca irritazione, nervosismo o ingiustificati scatti di rabbia; oppure se gli è insopportabile qualsiasi interruzione, allora è consigliabile pensare di intervenire. 


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Sì, lo so, non è la prima volta che lo affermo e, solo in questo blog, è già il secondo articolo che capitola sotto questo argomentare (leggi qui il precedente).

Ma il tema è così importante e -ahinoi- per nulla o poco attraversato, che ritengo fondamentale sviscerarlo, poiché le sue conseguenze, ben al di là di qualsivoglia teoria, ricadono concretamente sulla vita di tante famiglie che riceviamo costantemente in studio e (al di là di tutti gli spergiuri e le miscredenze) pregiudicheranno il futuro di molti, troppi ragazzi.

Dunque: la scuola non serve più, sta morendo -almeno per come la conosciamo noi viventi di questo scorcio di secolo. Forse non assisteremo noi ai suoi funerali, ma la sua dipartita è storicamente segnata e il nostro dramma è vivere il tempo della sua agonia che ne decreta l’inutilità.

Una delle più grandi conquiste della nostra civiltà fu la rimozione della scuola per pochi a vantaggio della scuola per tutti. I regimi totalitari ci insegnarono, poi, come questa istruzione di massa fosse materia delicata e facilmente prestabile alla manipolazione di giovani menti che, tutte da plasmare, potevano essere facilmente educate a idolatrare un qualche Dio o un qualche Duce -e a volte entrambi insieme.

impara un metodo di studio efficace
Dopo quella tragica esperienza, si cercò così di creare una scuola capace di insegnare, anzitutto, la criticità, la curiosità, la voglia di sapere, la libertà di pensiero, la conoscenza che crea cittadini liberi… ma fu esperienza breve e gli avamposti che, certo, ancora oggi permangono sono comunque troppo pochi e isolati.

Nuove idolatrie hanno sostituito le vecchie, paradigmi conformi ai dettami dell'imperante società dei consumi, e quell'uomo libero che doveva essere il fine della scuola, oggi si è ridotto alla possibilità di avere un buon impiego e diventare -appunto- un buon consumatore.

Le ultime statistiche ci restituiscono l'immagine di una gioventù deprimente: disarcionata della cultura (che non legge, non frequenta, non contesta), per lo più ignara di ciò che accade nel mondo, disinteressata alla politica (nel senso di quella polis che rimanda all'attiva partecipazione alla cura del proprio territorio), incapace di lottare per i propri diritti… Insomma, un eclatante fallimento di quella scuola capace di generare uomini pensanti o, altro verso della medaglia, clamoroso successo di una scuola tesa a produrre cittadini conformi alla società che la ingloba.

D'altronde, lo diceva già il buon Frank Zappa: “Le scuole formano persone ignoranti, con stile. Ti danno l’attrezzatura per essere un ignorante funzionale… Le scuole non danno i criteri con cui riconoscere il bene e il male; vi preparano ad essere una vittima utilizzabile per il complesso militare-industriale che ha bisogno di mano d’opera.”.

Così, la scuola, un tempo nata per livellare ogni differenza sociale, quella scuola la cui funzionalità era garantire a chiunque la possibilità di istruirsi e formarsi, a prescindere dalla provenienza e dalle possibilità (“I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi,” Costituzione Italiana Art. 34), ora si rivela vera nel suo versante deprimente: una scuola per tutti, che non serve a nessuno.

Anziché fare la fatica di essere veramente inclusivi, abbiano scelto la strada più facile: quella di una falsa inclusività che ha abbassato drasticamente le richieste in ogni istituto (d’ogni ordine e grado) affinché ognuno possa avere l’illusione di essere istruito. Perché, in fondo, una società che si fonda sul consumo, non ha bisogno di soggetti curiosi che aspirino a una conoscenza il più possibile illimitata, ma di soggetti acritici che aspirino ad un illimitato uso della loro carta di credito.

Non è un caso se la perorazione più diffusa nelle famiglie, per spronare i loro giovani rampolli ad un sano rapporto con la scuola, è quella di cercare di sollecitare il loro futuro benessere economico: far bene a scuola, cioè, come espediente per poter diventare un soggetto benestante. Ma la scuola, così com'è, è semplicemente anacronistica e utilizzarla come strumento per sollecitare immaginari (per altro falsi) di future gioie lavorative, è più dannoso che sensato (per altro c’è davvero ancora qualcuno che crede che il tenore di vita futuro sarà lo stesso di quello attuale?).

La scuola di oggi è, infatti, ancora (purtroppo) organizzata per far fronte a una situazione sociale segnata dalla necessità di superare l’analfabetismo e il passaggio da un’economia agricola a un’economia industriale. Una scuola amalgamata alle grandi ristrutturazioni sociali che stavano trasformando il nostro paese e per le quali era indispensabile un surplus di professioni allora scarse o addirittura inesistenti e che, oggi, le statistiche ci raccontano, in esubero. Insomma, se allora c’erano troppi soggetti che lavoravano con le mani e troppo pochi lavoratori dell’intelletto, oggi la situazione si è totalmente ribaltata.

Inoltre, se fino a qualche decina d’anni or sono, le mie competenze e le mie capacità si giocavano il loro possibile successo professionale lottando contro qualche dirimpettaio, oggi la lotta si è globalizzata e il competitor dei nuovi lavoratori è (e sempre più sarà) un qualsiasi cittadino del mondo, magari più preparato, con più necessità e voglia di successo e, a volte –purtroppo- maggiormente disposto a rinunciare a diritti e privilegi.

Insomma, lo stato vegetativo dell’istruzione contemporanea si palesa nel fatto che un tempo la scuola compensava e equilibrava le deficienze sociali e culturali delle famiglie, mentre oggi sono le famiglie a doversi fare carico di compensare le deficienze della scuola.

Si tratta di un assioma che è per tutti evidente quando la famiglia è chiamata a provvedere in proprio alle carenze di materiali didattici, carta igienica, o addirittura a imbiancare gli stessi edifici e, non per ultimo, a farsi carico di riparare, con ripetizioni di varia natura, le conoscenze che la scuola non riesce a trasmettere (si pensi su tutti alla lingua straniera) o trasmette male.

Meno evidente, invece, sembra il danno che la scuola sta procurando più a lungo termine e sul quale le famiglie non paiono ancora aver preso coscienza, illusoriamente protese a dare fiducia a un sistema istruttivo che, invece, lascia ben poche speranze -è sorprendente la quantità di famiglie che lotta perché il figlio abbia un buon voto in pagella, ma non muove un dito se questi non legge un libro nemmeno a sparagli, se non è curioso di nulla oltre il proprio ombelico, se non riesce a imbastire una discorso che duri più di 30 secondi...

Ma d''altra parte, cosa potrebbero fare le famiglie per immaginare il futuro ai loro figli se non aggrapparsi alla barca della scuola? Peccato che la barca stia affondando e l'unica vera speranza rimane il naufragio. 

Cerchiamo di capirci, non sto affermando che non dovremmo mandare i nostri figli a scuola, ma che la scuola -purtroppo- non è più sufficiente per la loro salvezza sociale ed è quindi necessario che la famiglia si attivi per favorire quelle conoscenze che il futuro richiede ma che la scuola -ad oggi- nemmeno riesce a vedere.

Nonostante tutte le correnti contrarie, aiutiamo dunque i nostri figli a diventare curiosi del mondo e di ciò che li circonda; sproniamogli a leggere (anche se dicono che non gli piace e preferirebbero videogiocare tutto il giorno); educhiamoli ad amare il sapere, a frequentare l'arte, la musica, il teatro, la poesia, perché la scuola non lo fa più, non ne è più capace o -perlomeno- non ha più le armi per esserne capace; insegniamogli allora noi a nutrire la mente, a sollecitare il dubbio e il paradosso, rendiamoli capaci di abitare l'instabilità e le contraddizioni... perché questi saranno domani gli strumenti di cui avranno bisogno, ben al di là di qualsivoglia formazione specialistica.


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Giusto un anno or sono aprivamo le danze al periodo estivo con un articolo dal titolo: “Come portare il cervello in vacanza” in cui sottolineavamo la necessità di scombussolare le naturali routine cui il cervello aspira, con un periodo di sano “disordine mentale”, anche fatto di ozi, sollazzi e apparente (solo apparente) inattività cerebrale.

La vacanza, infatti, è l’occasione migliore per dare sfogo alla Task-negative Network (Tnn) lasciando vagare la nostra mente oltre le frontiere della sua antagonista: la Task-positive Network (Tpn) che, invece, entra in gioco quando siamo stimolati e concentrati su un compito.

Liberiamoci dunque, e liberiamo i nostri studenti, lasciando che il nostro cervello vaghi da situazioni di incertezza senza stimoli (noia, fancazzismo e affini), a situazioni di incertezza iperstimolata (luoghi mai visti, esperienze mai fatte, emozioni mai provate), ma… (attenzione!) non smettiamo, al contempo, di condire tutto questo con quelle situazioni routinarie in cui il nostro cerebro si sente appagato.

Il gioco è quello di invertire le percentuali, non di azzerarle.

Se durante le normali giornate dell’anno la nostra vita è per lo più protesa all'organizzazione e esecuzione del “compito”, ora, durante l’estate, releghiamo il compito alle sue minime percentuali, ma non eliminiamolo.

Si apre qui l’annoso dibattito sulla sensatezza dei compiti estivi che, date le premesse, potete intuire dove personalmente mi spinge. La questione, infatti, è eminentemente neurologica non ideologica. Il rischio, è che il necessario svacco prenda il sopravvento su tutto il resto e, come spesso accade, lo studente in vacanza diventi più vacuo che vario, passando il suo tempo a stordirsi con overdose di videogiochi e smartphone (vedi articolo) e perdendo il reale beneficio dello spazio vacanziero.

La questione, dunque, non è non avere compiti, semmai che tipo di compiti assegnare; poiché abbiamo ormai a disposizione diverse ricerche che ci informano sull'efficacia di alcune richieste e l’inesattezza di altre.

Partiamo da alcuni dati.

Siamo il paese in Europa che assegna più compiti, ma da un’indagine tra gli studenti, circa 9 studenti su 10 non li finiscono, 3 su 5 ne eseguono più o meno la metà o non li hanno fanno proprio e, tra chi li svolge, la metà circa ammette di copiarli (da internet o dai compagni di classe). Questi numeri già ci dovrebbero fare intuire che qualcosa non funziona.

Una delle questioni che maggiormente mi trovo a dipanare con studenti e famiglie è lo smarrimento (spesso -ahimè- di entrambi) di fronte alla mole di lavoro che rappresentano i compiti per l’estate. Senza comprendere che il più importante insegnamento che ci danno non è eseguirli, ma imparare a suddividerli.

In effetti, uno studio del Dipartimento di Psicologia e Neuroscienze della Duke University (USA) ha evidenziato come compiti brevi e semplici siano più proficui -non a caso la Finlandia, nazione che in questi ultimi decenni ha acquisito un’indiscussa leadership nell'applicazione di tecniche avanzate per la didattica, impone per i compiti un tempo limite di mezz'ora al giorno.

Dunque, per programmare adeguatamente questo tempo limite (che ovviamente aumenta con l’avanzare dell’età -senza però superare l’ora, l’ora e mezza, massimo) è necessario organizzarsi: affinché la quantità sia tale da permettere questa suddivisione e affinché gli studenti siano capaci di operare questa suddivisione.

Ridursi all'ultima settimana per eseguire i compiti tutti in una volta, passare ore e ore su un compito o eseguirli in grandi blocchi monotematici (tipo 10 giorni di fila tutti dedicati alla matematica o alla grammatica) è assolutamente inutile. Meglio non farli.

impara un metodo di studio efficaceIl più grande insegnamento dei compiti estivi è dunque quello organizzativo: un vero e proprio esercizio altamente cognitivo che ci abilita a non traballare di fronte alla difficoltà di un compito complesso e articolato, imparando ad affrontarlo ed estinguerlo -cosa che ci tornerà utile in tutte le stagioni della vita.

Nel caso di specie dovremmo, calendario alla mano, insegnare ai nostri ragazzi, ad avere anzitutto una visione d’insieme, il più possibile dettagliata, delle loro vacanze: i giorni che trascorrerò a casa e quelli che invece mi vedranno fuori città, i giorni speciali in cui sarò impegnato in qualcosa di particolarmente interessante e quelli di ordinaria quotidianità, i giorni in cui non avrò davvero alcun impegno e i giorni in cui frequenterò magari un centro estivo o simili.

Abbiamo, dunque, momenti diversi cui vanno attribuite disponibilità diverse.

Fatta questa divisione, si è dimostrato particolarmente efficace, lasciare i primi 7/10 giorni senza alcun compito. Liberare la mente da tutte le fatiche e le ultime tossine per poi, dall'undicesimo giorno, iniziare a seguire il planning che avremo sapientemente diviso al fine di lavorare non più di un’oretta, preferibilmente al mattino, preferibilmente sempre alla stessa ora.

Inseriamo quindi nel planning anche quei giorni in cui, per diverse ragioni, non è possibile o non vogliamo fare nulla; tra questi potrebbe essere, ad esempio, auspicabile il periodo in cui saremo al mare, in montagna o in viaggio.

Prevediamo, inoltre, un incremento dell’attività lavorativa nell'ultima settimana cosi da essere più rodati al nuovo inizio.

Infine, dividiamo i compiti da fare tra quelli a nostro avviso più difficili e quelli che supponiamo più semplici quindi, materia per materia, distribuiamoli nel nostro calendario attribuendo, per ogni giorno, almeno un esercizio per materia, iniziando con un compito classificato come difficile e finendo con uno facile; lasciamo per i giorni più impegnati solo compiti facili e… il gioco è fatto.

Questo per stare ai diktat della scuola e farli fruttare al meglio. Se poi volete far sì che l’estate sia davvero un momento propizio per il cerebro dei vostri ragazzi, altri sono allora i compiti che dovrebbero fare. Eccone una piccola lista, ma sono sicuro che, leggendola, altre cose vi verranno in mente…

Usate per loro parole nuove per descrivere cose vecchie e giocate a rincorre e imparare ogni vocabolo che, descrivendo il mondo in modo diverso, rende il mondo sempre diverso.

Viaggiate, se potete e più che potete. Fategli vedere più mondo possibile, ma evitate di portare il vostro mondo nel mondo in cui andate. Insegnategli che viaggiare non è spostarsi, ma guardarsi attorno con occhi diversi.

Lasciatevi sorprendere se volete che vi sorprendano. Siate curiosi e si incuriosiranno. Guardate, voi per primi, con gli occhi dilatati dallo stupore.

Fateli leggere perché, per quanti viaggi faranno o gli farete fare, leggere è l’unico modo che avranno per avere più vite e superare gli ostacoli della vita -che comunque verranno.

E insegnategli a guardare le stelle, non necessariamente a riconoscerle… solo guardarle. Fatelo senza parlare. Non c’è momento migliore dell’anno per vedere, dal cielo, filtrare l’infinito.



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